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In questa pagina troverete brani e saggi dei grandi maestri, utili per iniziare un percorso di crescita ed evoluzione interiore. Vi consiglio di leggere i testi su tablet o PC perché alcuni sono un po’ lunghi.
Buona lettura

  • La meditazione sul respiro è la più semplice meditazione del mondo. Con essa Buddha si è illuminato e come lui molte altre persone si sono illuminate.

    La Meditazione sul respiro è così semplice che non la prendi affatto in considerazione. In effetti, avvicinandosi ad essa per la prima volta, uno dubita che possa essere chiamata meditazione. 

    Che cos’è? Nessun esercizio fisico, nessun esercizio di respirazione, un fenomeno molto semplice: osservare il tuo respiro. Questo è il metodo: seduto in silenzio, osservi il tuo respiro nella pancia. Quando il respiro entra, la pancia si solleva; quando il respiro esce, la pancia si abbassa. Continui ad osservare la tua pancia.

    Non devi cambiare la tua respirazione, non devi fare profondi respiri, esalare, inalare, no. Lascia che la respirazione sia semplice, così com’è. Devi solo introdurre una nuova qualità: la consapevolezza.  

    Non è concentrazione. Devi solo rimanere consapevole, osservare. Non perdere il respiro, solo continua ad osservarlo. All’inizio lo perderai in continuazione, allora ritorna ad osservarlo. E solo osservando il respiro, succedono miracoli.

    La meditazione sul respiro non è difficile, è semplice. Proprio perchè è semplice ti sembra difficile. Ti piacerebbe fare molte cose e non c’è niente da fare; questo è il problema. È un grande problema, perché ci è stato insegnato che dobbiamo fare molte cose.

    Chiediamo che cosa dobbiamo fare e meditazione significa uno stato di non-fare, non devi fare niente, devi fermare ogni fare. Devi essere in uno stato di totale inazione. Anche pensare è in un certo senso fare, lascia andare anche quello. Avere sensazioni è in un certo senso fare, lascia andare anche quello. Fare, pensare, avere sensazioni, se tutto viene lasciato cadere, tu semplicemente esisti. Questo è essere. Ed essere è meditazione. E’ molto semplice.

    Nel grembo di tua madre eri in questo spazio. In meditazione entrerai di nuovo nello stesso spazio. E ti ricorderai, avrai un déjà-vu. Quando entri in meditazione, resterai sorpreso: lo conosci, lo conoscevi già da prima. Lo riconoscerai immediatamente perchè per nove mesi nel grembo di tua madre sei stato in quello stesso spazio, di non fare, solo essere.

    Non pensare mai alla meditazione in termini di successo perchè questo significa portare in essa la mente conquistatrice e la meditazione diventa un gioco del tuo ego. Non pensare in termini di successo o fallimento. Questi termini non sono applicabili al mondo della meditazione. Dimentica tutto ciò, questi sono termini della mente.

    E questo è il problema: probabilmente hai osservato gli altri aver avuto successo, essere in estasi e ti sei sentito molto giù. Ti sarai sentito stupido, seduto ad osservare il tuo respiro e non è successo niente. Non succede niente perchè ti aspetti troppo che qualcosa succeda.

    Non avere fretta. Questo è uno dei problemi della mente occidentale, la fretta. Le persone vogliono tutto immediatamente. Sedendoti per un giorno in meditazione ne uscirai completamente stanco, stanco perchè ti è stato detto di non fare niente.

    E il tempo sembrerà molto lungo, perchè il tempo è relativo. Il tempo diventerà lunghissimo. Un giorno ti sembrerà come fossero passati anni. Se hai fretta, se sei impaziente, non conoscerai il sapore della meditazione. Il sapore della meditazione ha bisogno di tanta pazienza.

    La meditazione è semplice ma tu sei diventato così complicato, che rilassarti richiederà tempo. Non è la meditazione che richiede tempo – lascia che te lo ricordi ancora – è la tua mente complicata. Deve essere riportata al riposo, ad uno stato di rilassamento. Questo richiede tempo.

    Non essere troppo orientato ad un fine. Divertiti! Divertiti nel puro silenzio osservando il respiro che entra e che esce e presto avrai una nuova esperienza di bellezza e beatitudine. Presto vedrai che non occorre andare da nessuna parte per essere in beatitudine. Si può essere seduti in silenzio, da soli, ed essere in beatitudine. Non c’è bisogno d’altro, basta la pulsazione della vita. Se puoi pulsare con lei, diventa una profonda danza interiore. La meditazione è la danza della tua energia e il respiro è la chiave.

    OSHO,  estratto da “The Guest”, cap. 15.

  • Scoprite lo spazio interiore creando degli intervalli nel flusso dei pensieri. Senza questi intervalli, il vostro pensiero diventa ripetitivo, non ispirato, privo di ogni scintilla creativa, com’è tuttora per la maggior parte delle persone sul pianeta.

    Non avete bisogno di preoccuparvi della durata di questi intervalli, pochi secondi basteranno. A poco a poco aumenteranno da soli, senza alcuno sforzo da parte vostra. Più che la loro lunghezza è importante farli accadere frequentemente, cosi che le vostre attività giornaliere e il flusso dei vostri pensieri si alternino con lo spazio.

    Recentemente qualcuno mi ha mostrato il programma annuale di una vasta organizzazione spirituale. Mentre lo esaminavo, ero colpito dalla grande scelta di interessanti seminari e gruppi di lavoro. Quella persona mi chiese se potevo raccomandargliene uno o due. “Non so” dissi, “questi seminari sembrano tutti molto interessanti. Ma una cosa so di sicuro” e aggiunsi:

    Rimani consapevole del tuo respiro più spesso che puoi, ogni volta che te ne ricordi. Fai questo per un anno e ciò produrrà una trasformazione più potente che non la partecipazione a tutti questi corsi”.

    Essere consapevoli del respiro sposta l’attenzione dai pensieri e crea spazio. È un modo di generare consapevolezza. Sebbene la pienezza della coscienza esista già in forma non manifestata, siamo qui per portare la coscienza in questa dimensione.

    Siate consapevoli del respiro. Fate attenzione alla sensazione del respiro. Sentite l’aria che entra ed esce dal corpo. Osservate come il petto e l’addome si espandono e si contraggono leggermente con l’inspirazione e l’espirazione. Un respiro consapevole è sufficiente a creare spazio lì dove prima c’era una ininterrotta successione di un pensiero dopo l’altro. Un respiro consapevole, due o tre sarebbe ancora meglio, molte volte al giorno, è un modo eccellente per portare spazio nella vostra vita.

    Il respirare non è in realtà qualcosa che si fa, ma qualcosa che si può osservare mentre accade. Il respirare accade da solo. È l’intelligenza interna del corpo che lo fa. Tutto quello che dovete fare è osservarlo mentre accade.

    Non implica alcuno sforzo o tensione. Fate attenzione, inoltre, alla breve pausa nel respiro, in particolare al punto di quiete alla fine dell’espirazione, prima dell’inizio di una nuova inspirazione.

    In molte persone il respiro è innaturalmente superficiale. Quanto più sarete consapevoli del respiro, tanto più questo ritroverà la sua naturale profondità. Poiché il respiro in se non ha forma, è stato fin dall’antichità considerato uguale allo spirito: l’unica Vita senza forma. “Allora Dio modellò l’uomo con la polvere del terreno e soffiò nelle sue narici un alito di vita; così l’uomo divenne un essere vivente”.

    La parole respiro in tedesco, Atmen, deriva dall’antica parola indiana (sanscrita) Atman, il cui significato è “lo spirito divino innato” o “Dio dentro di noi”. Il fatto che il respiro non abbia forma è una delle ragioni per cui la consapevolezza del respiro è un modo straordinariamente efficace di portare spazio nella vostra vita, di generare consapevolezza. È un eccellente oggetto di meditazione proprio perché non è un oggetto, non ha struttura né forma. L’altro motivo è che il respiro è uno dei fenomeni più sottili e apparentemente più insignificanti. “La cosa più piccola che”, secondo Nietzsche, “crea la più grande felicità”.

    Praticare o meno la consapevolezza del respiro come forma di meditazione vera e propria è una vostra scelta. La meditazione praticata regolarmente, comunque, non è un sostituto del portare la coscienza dello spazio nella vita di ogni giorno.

    Essere consapevoli del vostro respiro vi costringe a stare nel momento presente, che è la chiave di tutte le trasformazioni interiori. Ogni volta che siete consapevoli del respiro, siete assolutamente presenti. Potete anche rendervi conto che non potete pensare e, allo stesso tempo, essere consapevoli del vostro respiro.

    Il respiro cosciente ferma la mente. Ma lungi dall’essere in trance o mezzo addormentati, siete completamente svegli e totalmente vigili. Non state cadendo al di sotto del pensiero, ma vi state elevando sopra di esso. E se guardate più attentamente troverete che queste due cose, arrivare pienamente nel presente e smettere di pensare senza perdere consapevolezza, sono in realtà una sola e unica cosa, il sorgere della coscienza nello spazio.

    ECKHART TOLLE, estratto da: “Un mondo nuovo”

  • Se qualcuno va dal medico e dice “sento una voce nella testa”, con ogni probabilità sarà mandato da uno psichiatra. Il fatto è che in maniera molto simile praticamente ognuno di noi sente continuamente una voce nella testa: sono i processi di pensiero involontari che non ci rendiamo conto di poter fermare.

    Probabilmente tutti abbiamo incontrato per la strada persone “matte” che parlano incessantemente fra sé e sé. Beh, non è molto diverso da ciò che facciamo noi persone “normali”, con la differenza che noi non lo facciamo ad alta voce. Questa voce commenta, opera congetture, giudica, confronta, si lamenta, esprime preferenze e avversioni, eccetera. La voce non è necessariamente pertinente alla situazione in cui ci troviamo in quel momento; può rivivere il passato o immaginare possibili situazioni future. Qui spesso immagina cose che vanno storte o esiti negativi: è quella che chiamiamo “preoccupazione”.

    Talvolta questa colonna sonora è accompagnata da immagini o “filmati mentali”. Anche se la voce è pertinente alla situazione contingente, la interpreterà nei termini del passato. Questo perché la voce appartiene alla nostra mente condizionata, che è il risultato di tutta la nostra storia passata oltre che della mentalità culturale collettiva che abbiamo ereditato. Pertanto noi vediamo e giudichiamo il presente con gli occhi del passato e ne ricaviamo una visione totalmente distorta. Non è insolito che la voce sia il nostro peggior nemico. Molte persone vivono con un torturatore nella testa che le attacca continuamente e le punisce sottraendo loro energia vitale. È la causa di innumerevoli sofferenze e infelicità, nonché di malattie.

    La buona notizia è che possiamo davvero liberarci dalla mente. È questa l’unica vera liberazione. Possiamo cominciare subito, ascoltando la voce nella nostra testa quanto più spesso possibile. Dobbiamo prestare particolare attenzione a eventuali schemi di pensiero ripetitivi, questo è quello che chiamo “osservare l’entità pensante” che significa ascoltare la voce nella testa come presenza testimone.

    Quando ascoltiamo questa voce, dobbiamo ascoltarla in maniera imparziale. Non dobbiamo giudicare o condannare ciò che sentiamo, perché questo vorrebbe dire che la stessa voce è rientrata dalla porta di servizio. Ce ne renderemo conto presto: la voce è lì e noi siamo qui ad ascoltarla, ad osservarla. Questo senso della propria presenza non è un pensiero, nasce al di là della mente.

    Così quando ascoltiamo un pensiero siamo consapevoli non soltanto del pensiero ma anche di noi stessi come testimoni del pensiero. È subentrata una nuova dimensione di consapevolezza. Ascoltando il pensiero, si avverte una presenza consapevole (il nostro sé più profondo) dietro o sotto il pensiero, per così dire. Il pensiero allora perde il suo potere su di noi e rapidamente si placa, perché noi non forniamo più energia alla mente attraverso la nostra identificazione con essa. È l’inizio della fine del pensiero involontario.

    Quando un pensiero si placa, si ha esperienza di una discontinuità nel flusso mentale, un intervallo “senza mente”. Dapprima gli intervalli saranno brevi, forse alcuni secondi, ma poco a poco si faranno più lunghi. Quando si verificano questi intervalli, si avverte una certa quiete e pace interiore.

    Questo è l’inizio del nostro stato naturale di unione intuitiva con l’Essere, che di solito è oscurato dalla mente. Con la pratica, il senso di tranquillità e pace si approfondisce. In effetti non vi è limite alla sua profondità. Si sentirà anche nascere nel profondo una sottile emanazione di gioia: la gioia dell’Essere.

    Non è una situazione di trance, tutt’altro. Qui non vi è perdita di coscienza, anzi. In questo stato di sintonia interiore si è molto più vigili, più svegli rispetto allo stato di identificazione con la mente. Si è totalmente presenti. Inoltre, questo stato innalza la frequenza di vibrazioni del campo energetico che dà vita al corpo fisico.

    Addentrandosi più in profondità in questo “regno senza mente”, come viene talvolta chiamato in oriente, si giunge allo stato di consapevolezza pura, in cui si avverte la propria presenza con una tale intensità e una tale gioia che tutti i pensieri, tutte le emozioni, il corpo fisico e l’intero mondo esterno diventano al suo confronto relativamente insignificanti. Eppure questo stato non è egoistico bensì altruistico. Ci porta al di là di quello che in precedenza avevamo considerato il “nostro sé”. Questa presenza è essenzialmente la nostra persona e allo stesso tempo inconcepibilmente maggiore della nostra persona.

    Invece di “osservare l’entità pensante” si può anche creare un intervallo nel flusso mentale semplicemente rivolgendo il centro dell’attenzione all’adesso. Basta infatti divenire intensamente consapevoli del momento presente. In questo modo si allontana la consapevolezza dall’attività mentale e si crea un intervallo senza mente in cui si è altamente vigili e consapevoli ma non si sta pensando. Questa è l’essenza della meditazione.

    Nella vita quotidiana possiamo fare pratica di questo metodo prendendo ogni attività di routine che normalmente è solo un mezzo per raggiungere un fine e dedicarvi la nostra massima attenzione, in modo che diventi un fine in sé. Per esempio, ogni volta che facciamo le scale, cerchiamo di prestare grande attenzione a ogni passo, a ogni movimento, in modo da essere totalmente presenti. Oppure quando ci laviamo le mani cerchiamo di prestare attenzione a tutte le percezioni sensoriali legate a tale attività: l’acqua sulle mani, il profumo del sapone, ecc..

    O ancora, quando saliamo in automobile, dopo avere chiuso la portiera, soffermiamoci per qualche secondo a osservare il flusso del nostro respiro, diventando consapevoli di un senso muto ma potente di presenza. Vi è un certo criterio con cui misurare il proprio successo in questa pratica: il livello di pace che si avverte interiormente.

    Il passo più importante nel viaggio verso l’illuminazione è questo: imparare a non identificarsi con la propria mente. Ogni volta che creiamo un intervallo nel flusso mentale, la luce della nostra consapevolezza si intensifica.

    Un giorno potremo scoprirci a sorridere della voce nella nostra testa, come sorrideremmo delle capriole di un bambino. Ciò significa che non prenderemo più tanto sul serio il contenuto della mente, poiché il nostro senso del sé non dipenderà più da quest’ultima.

    (Eckhart Tolle – tratto da “Il potere di adesso”)

  • CARLOS CASTANEDA: «Per anni ho cercato veramente di vivere secondo i tuoi insegnamenti» dissi. «Evidentemente non l’ho fatto bene. Come posso fare meglio ora?»

    DON JUAN: «Tu pensi e parli troppo. Devi smettere di parlare a te stesso.»

    CARLOS CASTANEDA: «Cosa intendi dire?»

    DON JUAN: «Parli troppo con te stesso. Non sei l’unico a farlo, tutti noi lo facciamo, portiamo avanti un discorso interiore. Pensaci. Quando sei da solo, cosa fai?»

    CARLOS CASTANEDA: «Mi parlo.»

    DON JUAN: «Di che cosa ti parli?»

    CARLOS CASTANEDA: «Non lo so; di qualsiasi cosa, presumo.»

    DON JUAN: «Te lo dirò io di cosa parliamo con noi stessi. Parliamo del nostro mondo, ed è proprio grazie a questo nostro dialogo interiore che lo preserviamo.»

    CARLOS CASTANEDA: «Come facciamo?»

    DON JUAN: «Ogni qualvolta parliamo di noi e del nostro mondo, il mondo rimane sempre come dovrebbe essere. Con questo nostro dialogo lo rinnoviamo, gli infondiamo vita, lo puntelliamo. Non solo: è mentre parliamo a noi stessi che scegliamo le nostre strade. Ripetiamo quindi le stesse scelte fino al giorno della morte, perché fino a quel giorno continuiamo a ripeterci le stesse cose. Un Guerriero è consapevole di questo atteggiamento e si sforza di fermare il suo dialogo interiore. Questa è l’ultima cosa che devi sapere se vuoi vivere come un Guerriero.»

    CARLOS CASTANEDA: «Come posso smettere di parlare con me stesso?»

    DON JUAN: «Innanzitutto devi usare le orecchie per togliere agli occhi una minima parte del loro fardello. Dal momento in cui siamo nati usiamo i nostri occhi per giudicare il mondo. Parliamo agli altri e a noi stessi principalmente di ciò che vediamo. Un Guerriero ne è consapevole e ascolta il mondo; ascolta i suoni del mondo.»

    Misi via i miei appunti. Don Juan affermò ridendo che non intendeva spingermi a forzare il risultato, perché i suoni del mondo dovevano essere ascoltati in modo armonico e con grande pazienza.

    DON JUAN: «Un Guerriero è consapevole che il mondo cambierà non appena smetterà di parlare con se stesso,» disse «e deve essere preparato a quel colpo formidabile.»

    CARLOS CASTANEDA: «Cosa intendi dire, don Juan?»

    DON JUAN: «Il mondo è questo e quello o è così e così solo perché ci diciamo che è nel modo in cui è. Se smettessimo di dire a noi stessi che il mondo è così e così, il mondo cesserebbe di essere così e così. In questo momento non penso che tu sia pronto per un colpo così importante, perciò devi iniziare lentamente a disfare il mondo. »

    CARLOS CASTANEDA: «Veramente non ti capisco.»

    DON JUAN: «Il tuo problema è che confondi il mondo con ciò che le persone fanno, e anche in questo non sei il solo: tutti noi ci sbagliamo. Le azioni che le persone compiono sono scudi contro le forze circostanti; ciò che facciamo in quanto individui ci conforta e ci fa sentire al sicuro; ciò che la gente fa è veramente molto importante, ma solo come scudo. Non impariamo mai che le cose che facciamo in quanto persone sono solo scudi e permettiamo che dominino e scuotano la nostra vita. In effetti, potrei affermare che per l’umanità quello che fa la gente è più grande e importante del mondo stesso.»

    CARLOS CASTANEDA: «Cosa chiami mondo?»

    DON JUAN: «Il mondo è tutto ciò che qui è racchiuso.» disse, e calpestò il suolo. «Vita, morte, persone, gli alleati e tutto quello che ci circonda. Il mondo è incomprensibile. Non lo capiremo mai e non penetreremo mai i suoi segreti. Dobbiamo di conseguenza prenderlo per quello che è: un mistero insondabile! Ma l’uomo comune non fa questo: il mondo non è mai un mistero per lui, e quando arriva alla vecchiaia è convinto che non ci sia più nulla per cui valga la pena di vivere. Un vecchio non ha esaurito il mondo, ha esaurito solo ciò che la gente fa, ma nella sua stupida confusione crede che il mondo non abbia più misteri per lui.

    Che prezzo infelice dobbiamo pagare per i nostri scudi! Un Guerriero è consapevole di questa confusione e impara a trattare le cose in modo appropriato. In nessuna circostanza ciò che gli esseri umani fanno può essere più importante del mondo. Un Guerriero, quindi, considera il mondo un mistero infinito e le azioni degli uomini un’infinita follia.»

    Da “Una Realtà Separata” di Carlos Castaneda

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     «Non chi vince mille volte
    mille uomini in battaglia,

    ma colui che conquista
    la propria mente
    è un vero vincitore».

    Dhammapada (v. 103)

  • LA PERSONA CHE ARRIVA È LA PERSONA GIUSTA

    Nessuno entra nella nostra vita per caso, ogni persona viene per insegnarci qualcosa e farci evolvere.

    CIÒ CHE ACCADE È L’UNICA COSA CHE POTEVA ACCADERE

    Assolutamente nulla di quello che ci succede poteva avvenire in altro modo. Benché il nostro IO non voglia accettarlo, ogni evento della nostra vita è ciò che serviva per la nostra evoluzione.

    OGNI COSA INIZIA AL MOMENTO GIUSTO

    Tutto comincia nel momento indicato, né prima, né dopo. Quando siamo pronti per qualcosa di nuovo nelle nostre vite, è allora che avrà inizio.

    QUANDO QUALCOSA FINISCE, FINISCE

    Così, semplicemente. Se qualcosa ha termine nella nostra vita, è sempre per la nostra crescita, per cui è importante saper cogliere l’insegnamento e andare avanti.

    Non è un caso se stai leggendo. Se questo testo arriva oggi nella tua vita, è perché sei pronto per capire che nessuna goccia di pioggia cade mai nel posto sbagliato.

  • Il motivo per cui il rapporto amoroso è un’esperienza tanto intensa e universalmente ricercata è che sembra offrire liberazione da uno stato radicato di paura, bisogno, mancanza e incompletezza che fa parte della condizione umana nel suo stato non redento e non illuminato. Vi è in questo stato una dimensione fisica oltre che psicologica.

    Sul piano fisico, noi non siamo ovviamente completi, né lo saremo mai: siamo uomini o donne, vale a dire metà del tutto. A questo livello la brama per la completezza (il ritorno all’unità) si manifesta come attrazione maschio femmina, il bisogno che l’uomo ha della donna e la donna dell’uomo. È un impulso quasi irresistibile per l’unione con la polarità energetica opposta. La radice di questo impulso fisico è spirituale: la brama per la fine della dualità, un ritorno allo stato di completezza. L’unione sessuale è quanto di più vicino possa esservi a questo stato sul piano fisico.

    Ecco perché è l’esperienza più profondamente soddisfacente che possa offrire il regno fisico. Ma l’unione sessuale non è che un barlume fuggevole della completezza, un istante di beatitudine. Fintanto che viene ricercata inconsapevolmente come mezzo di salvezza, si ricerca la fine della dualità a livello della forma, dove non può essere trovata. Ci viene data l’allettante possibilità di intravedere il paradiso, ma non ci è consentito di dimorarvi e ci ritroviamo di nuovo in un corpo separato.

    A livello psicologico, il senso di mancanza e incompletezza è semmai ancora maggiore di quello a livello fisico. Fintanto che ci identifichiamo con la mente, abbiamo un senso del sé derivato dall’esterno. Vale a dire, ricaviamo il senso di ciò che siamo da cose che in definitiva non hanno niente a che fare con ciò che siamo: il nostro ruolo sociale, i beni materiali, l’aspetto esteriore, successi e fallimenti, sistemi di credenze e così via.

    Questo sé falso e creato dalla mente, l’io, si sente vulnerabile, insicuro, ed è sempre alla ricerca di nuove cose con cui identificarsi per ricavarne la sensazione di esistere. Ma niente è mai abbastanza per fornirgli appagamento duraturo. La sua paura permane, il suo senso di mancanza e di bisogno permane.

    Ma poi arriva quel rapporto speciale. Sembra essere la risposta a tutti i problemi dell’io e soddisfarne tutte le esigenze. Almeno questo è come appare inizialmente. Tutte le altre cose da cui prima ricavavamo il nostro senso del sé adesso diventano relativamente insignificanti. Adesso abbiamo un unico punto focale che le sostituisce tutte, dà significato alla nostra vita e definisce la nostra identità: la persona di cui siamo “innamorati”. Non siamo più un frammento sconnesso in un universo indifferente, o così pare. Il nostro mondo adesso ha un centro: la persona amata.

    Il fatto che il centro sia al di fuori di noi e che pertanto noi abbiamo ancora un senso del sé derivato dall’esterno non sembra importare inizialmente. Ciò che importa è che le sensazioni fondamentali di incompletezza, paura, mancanza e inappagamento così caratteristiche dello stato incentrato sull’io sono scomparse; o no? Si sono dissolte oppure continuano a esistere al di sotto della felice realtà superficiale?

    Se nel nostro rapporto amoroso noi abbiamo esperienza sia dell’“amore” sia del contrario dell’amore (attacco, violenza emotiva, eccetera), allora è probabile che scambiamo per amore l’attaccamento dell’io e la dipendenza. Non possiamo amare l’altra persona in un momento e attaccarla nel momento successivo. Il vero amore non ha contrario. Se il nostro “amore” ha un contrario, allora non è amore ma un forte bisogno da parte dell’io di un senso del sé più completo e profondo, un bisogno che l’altra persona soddisfa temporaneamente. È il sostituto che l’io ha per la salvezza e per breve tempo sembra davvero quasi la salvezza.

    Ma arriva un punto in cui l’altra persona si comporta in modi che non soddisfano più le nostre esigenze o meglio quelle del nostro io. Le sensazioni di paura, dolore e mancanza che sono parte intrinseca della consapevolezza incentrata sull’io ma erano state mascherate dal “rapporto d’amore” adesso riemergono. Così come in ogni tossicodipendenza, noi siamo “ su di giri” quando la droga è disponibile, ma invariabilmente arriva un momento in cui la droga per noi non funziona più.

    Quando ricompaiono quelle sensazioni dolorose, le percepiamo con una intensità maggiore di prima e per di più adesso percepiamo l’altra persona come causa di queste sensazioni. Ciò significa che noi le proiettiamo all’esterno e attacchiamo l’altra persona con tutta la violenza selvaggia che fa parte del nostro dolore. Questo attacco può risvegliare il dolore dell’altra persona, che potrà allora controbattere il nostro attacco. A questo punto l’io spera ancora inconsapevolmente che il proprio attacco o i propri tentativi di manipolazione siano una punizione sufficiente per indurre l’altra persona a modificare il suo comportamento, per cui l’io potrà utilizzarli di nuovo come copertura per il nostro dolore.

    Ogni dipendenza nasce da un rifiuto inconsapevole di affrontare e superare il proprio dolore. Ogni dipendenza comincia con il dolore e finisce con il dolore. Qualunque sia la sostanza verso cui abbiamo sviluppato una dipendenza (alcol, cibo, farmaci, droghe, una persona), noi utilizziamo qualcosa o qualcuno per mascherare il nostro dolore. Ecco perché, quando è passata l’euforia iniziale, vi è tanta infelicità, tanto dolore nei rapporti amorosi. Questi non causano dolore e infelicità; tirano fuori il dolore e l’infelicità che sono già in noi. Ogni dipendenza fa la stessa cosa. Ogni dipendenza raggiunge un punto in cui per noi non funziona più, e allora avvertiamo il dolore più intensamente che mai.

    Questo è un motivo per cui la maggior parte della gente cerca sempre di sfuggire al momento presente e cerca qualche genere di salvezza nel futuro. La prima cosa che potrebbe incontrare se concentrasse la propria attenzione sull’adesso è il proprio dolore, ed è questo che teme. Se soltanto sapesse quanto è facile accedere nell’adesso alla potenza della presenza che dissolve il passato e il relativo dolore, la realtà che dissolve l’illusione! Se soltanto sapesse quanto vicino si trova alla propria realtà, quanto vicino a Dio!

    Nemmeno evitare i rapporti affettivi nel tentativo di evitare il dolore è la risposta giusta. Il dolore c’è comunque. Tre rapporti amorosi falliti in altrettanti anni avranno maggiore probabilità di costringerci a risvegliarci rispetto a tre anni trascorsi su un’isola deserta o rinchiusi nella nostra stanza. Ma se potessimo apportare una presenza intensa nella nostra solitudine, anche questo funzionerebbe.

  • Il pianeta sta trasformando il suo stato vibratorio. Questo cambiamento si è intensificato dal 1989 e negli ultimi 20 anni i poli magnetici si sono spostati più di quanto non abbiano fatto negli ultimi 2000 anni.

    L’Era dei Pesci si è conclusa ed ora siamo in un periodo di transito che porterà all’era dell’acquario dove si apriranno i portali per la quarta dimensione.

    Se c’è un cambiamento nel magnetismo terrestre, avviene un cambiamento anche nella coscienza umana ed un adattamento del piano fisico a questa nuova vibrazione.

    I cambiamenti non coinvolgono solo il nostro pianeta, ma l’universo intero.

    Questo cambiamento del magnetismo si traduce in un aumento della vibrazione sul pianeta che a sua volta è influenzata ed intensificata dalla consapevolezza degli esseri umani.

    Ogni pensiero, ogni emozione, ogni nuovo risveglio dell’essere umano verso la Coscienza divina, eleva la vibrazione del pianeta.

    Può sembrare un paradosso, a causa del fatto che la maggioranza vede intorno a sé prevalentemente odio e sofferenza. Ma non è così.

    Sono in molti a cercare di uscire dall’oscurità per crescere e diventare migliori Figli di Dio.

    Ognuno sceglie su cosa focalizzare la propria visione, di conseguenza, coloro che non vedono altro che tenebra, è perché sono focalizzati esclusivamente sulla tragedia, sul dolore e sull’ingiustizia.

    Ma se facciamo il lavoro giusto per liberare la nostra mente da tutto il negativo, apriremo uno spazio nel quale saremo in grado di accorgerci di ciò che sta realmente accadendo all’umanità e al pianeta.

    MA IN CHE MODO? NON VEDE QUANTA OSCURITÀ?

    Si, lo vedo, ma non mi ci identifico, non ne ho paura. Come posso temere le tenebre quando vedo chiaramente la luce?

    Certamente comprendo coloro che hanno paura, poiché sono stato anch’io nello stato nel quale non si vede altro che il male. Ecco perché adesso provo amore per tutto ciò.

    La tenebra non è una forza contraria alla luce, ma un’energia che si manifesta esclusivamente in assenza di luce. La tenebra è assenza di luce.

    Non potete, infatti, invadere la luce con le tenebre, perché non è questo il modo in cui lavora il principio della luce.

    Paura, tragedia, ingiustizia, odio e tristezza esistono soltanto in uno stato di tenebra, nel quale non si riesce a vedere il contesto globale nel quale la vita si manifesta.

    Il solo modo per guardare le cose dal punto di vista della luce, è attraverso la comprensione.

    Una volta aumentata la vostra vibrazione e la vostra frequenza (stato di coscienza), sarete in grado di guardare verso l’oscurità e comprendere ciò che avete vissuto.

    MA COME FA A PARLARE COSÌ QUANDO IL MALE CRESCE OGNI GIORNO DI PIÙ?

    Non è il male che sta aumentando:  sta aumentando la luce.

    È di questo che sto parlando.

    Immagini di aver immagazzinato per anni i suoi oggetti in una cantina illuminata da una lampadina di 40 watt. Cambi quella lampadina con una di 100 watt e vedrà cosa accade!

    Comincerà a vedere il disordine e la polvere che nemmeno credeva esistessero. Lo sporco sarà evidente. Ecco ciò che sta accadendo al pianeta.

    E questo processo planetario fa sì che molte persone leggano oggi questa intervista senza considerare folli queste parole, come avrebbero invece pensato anni fa.

    Ebbene, anche l’accesso alla comprensione di Dio e alle leggi dell’esistenza è più veloce di prima.

    La nuova vibrazione planetaria crea maggior nervosismo, depressione e malattia poiché, per essere in grado di ricevere una luce maggiore ed elevarsi a quell’alto livello vibratorio, è necessario cambiare modo di pensare e di sentire.

    È necessario sradicare dalle proprie vite quelle credenze e parametri che portano verso il lato negativo delle cose e che sono in netto contrasto con la realtà.

    Dovete mettere in ordine il vostro armadio, poiché nelle vostre coscienze state ricevendo sempre più luce, ogni giorno di più e, anche se vorreste evitarlo, dovete rimboccarvi le maniche ed iniziare a pulire o altrimenti decidere di vivere nello sporco.

    Questo cambiamento crea disagi fisici, dolori al corpo e alle ossa, tali disagi sorgono a causa delle emozioni negative accumulate nell’arco di tante vite. Sono paure e ansie che avete sempre trattenuto e che, adesso, avete l’opportunità di trascendere e trasmutare.

    Ci saranno notti in cui vi sveglierete senza potervi più riaddormentare. Non arrabbiatevi, piuttosto leggete un libro o meditate.

    Non lottate contro questo processo pensando che in voi ci sia qualcosa di sbagliato. Capita a causa delle nuove vibrazioni planetarie che state assimilando.

    Se non fluite in modo adeguato con questo processo, la sofferenza sarà più intensa.

    Se invece saprete accogliere il processo con fiducia sarà l’amore che potrete sentire più grande e intenso.

    Stiamo vivendo il momento migliore mai vissuto dall’umanità, come testimoni ed attori della più grande trasformazione di coscienza che abbiate mai immaginato.

    Informatevi, svegliate il vostro fermento per questi argomenti, voi sapete che qualcosa sta per accadere; tutti noi sappiamo che stanno avvenendo tante trasformazioni su più livelli.

    Siate attori consapevoli di questi cambiamenti senza lasciarvi travolgere dal processo.

    Elaborato dal messaggio di Sai Baba.

  • Gli ostacoli all’illuminazione sono gli stessi per un uomo e per una donna?

    Sì, ma l’accento è diverso. In genere è più facile per una donna percepire ed essere nel proprio corpo, per cui la donna è per natura più vicina all’Essere e potenzialmente più vicina all’illuminazione rispetto all’uomo.

    Ecco perché molte culture antiche sceglievano istintivamente figure o analogie femminili per rappresentare o descrivere la realtà informe e trascendente. Veniva vista spesso come un utero che fa nascere ogni cosa creata e la alimenta e la nutre durante la sua vita come forma.

    Nel Dao De jing (Tao Té Ching), uno dei libri più antichi e profondi mai scritti, il Tao, che potrebbe tradursi Essere, è descritto come “infinito, eternamente presente, madre dell’universo”.

    Per natura le donne vi sono più vicine degli uomini perché praticamente “incarnano” il Non Manifestato. Per di più, tutte le creature e tutte le cose alla fine devono ritornare alla Fonte. “Tutte le cose svaniscono nel Tao. Solo il Tao perdura”.

    Poiché la Fonte è considerata femminile, è rappresentata come i lati luminoso e oscuro dell’archetipo femminile nella psicologia e nella mitologia. La Dea o Madre Divina ha due aspetti: dà la vita e toglie la vita.

    Quando la mente ebbe il sopravvento e gli esseri umani persero il contatto con la realtà della loro essenza divina, cominciarono a pensare a Dio come a una figura maschile. La società divenne dominata dai maschi, e la femmina fu resa subordinata al maschio.

    Non sto suggerendo un ritorno alle antiche rappresentazioni femminili del divino. Alcune persone oggi usano il termine Dea invece di Dio. Così ristabiliscono un equilibrio fra maschio e femmina che è andato perduto molto tempo fa, il che va bene.

    Ma si tratta ancora di una rappresentazione e di un concetto, forse temporaneamente utili, come sono temporaneamente utili una mappa o un segnale stradale, ma sono più di ostacolo che di aiuto quando siamo pronti a capire la realtà al di là di tutti i concetti e di tutte le immagini.

    Ciò che rimane vero, però, è che la frequenza di energia della mente appare essere essenzialmente maschile. La mente oppone resistenza, lotta per prevalere, utilizza, manipola, attacca, cerca di afferrare e possedere, e così via. Ecco perché il Dio tradizionale è una figura di autorità patriarcale e dominante, un uomo spesso irato di cui bisogna aver timore, come suggerisce l’Antico Testamento. Questo Dio è una proiezione della mente umana.

    Per andare al di là della mente e tornare in sintonia con la realtà più profonda dell’Essere, sono necessarie qualità molto diverse: abbandono, assenza di giudizio, larghezza di vedute che consentano alla vita di esistere anziché opporvi resistenza, capacità di racchiudere tutte le cose nell’abbraccio affettuoso del proprio sapere. Tutte queste qualità sono molto più in relazione con il principio femminile.

    Mentre l’energia mentale è dura e rigida, l’energia dell’Essere è morbida e cedevole eppure infinitamente più potente della mente. La mente gestisce la nostra civiltà, mentre l’Essere comanda tutta la vita sul nostro pianeta e altrove.

    L’Essere è l’Intelligenza la cui manifestazione visibile è l’universo fisico. Sebbene le donne siano potenzialmente più vicine all’Essere, anche gli uomini possono accedervi interiormente.

    In questo momento, la grande maggioranza degli uomini e delle donne è ancora nella morsa della mente: si identifica con l’entità pensante e con il corpo di dolore. Questo naturalmente è ciò che impedisce l’illuminazione e la fioritura dell’amore.

    Di regola, l’ostacolo principale per gli uomini tende a essere la mente pensante, l’ostacolo principale per le donne il corpo di dolore, sebbene in certi casi individuali possa essere vero il contrario, e in altri i due fattori possano essere uguali.

  • Quando vi arrendete a ciò che è e per questo diventate totalmente presenti,

    il passato smette di avere qualsiasi potere.

    Il regno dell’Essere, che era stato oscurato dalla mente, allora si schiude.

    E d’improvviso una grande quiete si fa spazio in te, un senso di pace al di là della comprensione.

    Ed in quella pace vi è una gran gioia. Ed in quella gioia vi è amore.

    E nel più profondo nucleo vi è il sacro, l’incommensurabile, quello che non può essere nominato.

    Ogni resistenza interiore in una forma o in un’altra viene vissuta come negatività. Ogni negatività è resistenza. In questo contesto, i due mondi sono quasi sinonimi.

    La negatività va dall’irritazione o dall’impazienza ad una rabbia furiosa, da uno stato d’animo depresso o di cocciuto risentimento ad una disperazione suicida. A volte la resistenza scatena il corpo di dolore emozionale, nel qual caso anche una situazione relativamente poco importante può produrre un’intensa negatività, come per esempio rabbia, depressione o una profonda pena.

    L’ego crede di poter manipolare la realtà ed ottenere ciò che vuole usando la negatività. Crede così di poter attrarre una condizione desiderabile oppure cancellarne una indesiderabile.

    Se “voi” (la mente) non foste convinti che l’infelicità funziona, perché allora la creereste? Il fatto è, naturalmente, che la negatività non funziona. Invece di attrarre una situazione desiderabile, le impedisce di manifestarsi. Invece di cancellarne una indesiderabile, la mantiene. La sua unica funzione “utile” è quella di rendere l’ego più forte. Ed è per questo che piace all’ego.

    Una volta che vi siete identificati con una qualche forma di negatività, non volete mollarla e ad un livello profondamente inconscio, non volete un cambiamento positivo. Minaccerebbe la vostra identità di persona depressa, arrabbiata o difficile. E quindi nella vostra vita, ignorerete, negherete o saboterete il positivo. Questo è un fenomeno comune. Ed è anche una pazzia.

    Osservate le piante o gli animali e lasciate che vi insegnino l’accettazione di ciò che è, la resa all’Adesso. Lasciate che vi insegnino l’Essere.

    Lasciate che vi insegnino l’integrità, che significa essere uno, essere te stesso, essere reale. Lasciate che vi insegnino come vivere e come morire, e come non fare del vivere e del morire un problema.

    Le emozioni negative ricorrenti a volte contengono un messaggio, come le malattie. Ma ogni vostro cambiamento, sia che abbia a che vedere con il vostro lavoro o con le vostre relazioni o con il vostro ambiente, è alla fin fine una finzione, fino a che non nascano da un cambiamento del vostro livello di consapevolezza.

    E per quanto riguarda questo, può solo significare una cosa: diventare più presente. Quando avete raggiunto un certo grado di presenza, non vi occorre più avere della negatività che vi dica di cosa avete bisogno nella vostra situazione di vita.

    Ma fino a quando vi è negatività, usatela. Usatela come un segnale che vi ricordi di essere più presente.

    Ogni volta che sentite crescere in voi la negatività causata da un fattore esterno, da un pensiero o da nulla di cui siate particolarmente consapevoli, guardatela come una voce che vi dice: “Attenzione. Qui ed Ora. Risvegliati. Esci dalla tua mente. Sii presente”.

    Persino l’irritazione più lieve ha senso ed ha bisogno di essere riconosciuta ed osservata, altrimenti vi sarà un aumento cumulativo di reazioni inconsapevoli.

    Non appena vi rendete conto di non volere quel campo energetico dentro di voi e di come questo non sia di nessuna utilità, allora potete essere capaci di lasciarlo cadere. Ma assicuratevi di averlo lasciato cadere completamente. Se non potete farlo, allora accettate che ci sia e portate la vostra attenzione nelle sensazioni.

    Come alternativa, per lasciar cadere una reazione negativa, potete farla scomparire immaginando di DIVENTARE TRASPARENTI al fatto esterno che ha causato la reazione.

    Vi raccomando di praticare questo dapprima con cose banali e senza importanza. Diciamo per esempio che siete seduti tranquillamente a casa vostra e all’improvviso, dall’altra parte della strada, arriva il suono penetrante di un’ allarme di automobile. Si attiva l’irritazione. Qual è il proposito dell’irritazione? Nessuno. Perché l’avete creata? Voi non lo avete fatto. La mente lo ha fatto. È stato totalmente automatico, totalmente inconsapevole.

    Perché la mente lo ha creato? Perché mantiene inconsapevolmente la credenza che la sua resistenza, che voi vivete come negatività o come una certa forma d’infelicità, dissolverà in un qualche modo la condizione indesiderata. Questa, naturalmente, è un’illusione. La resistenza che crea, in questo caso l’irritazione o la rabbia, è molto più fastidiosa della causa originaria che sta cercando di dissolvere.

  • di E. Tolle

    Ho sempre pensato che la vera illuminazione non fosse possibile se non attraverso l’amore in un rapporto fra un uomo e una donna. Non è questo che ci rende nuovamente completi? Come può essere completa la vita finché non accade questo?

    Questo è vero nella tua esperienza? Ti è mai capitato?

    Non ancora, ma come potrebbe essere altrimenti? Io so che accadrà.

    In altri termini, stai aspettando che un evento nel tempo ti salvi. Non è questo l’errore fondamentale di cui ho parlato? La salvezza non è altrove nello spazio o nel tempo. È qui e ora.

    Che cosa significa questa affermazione, “la salvezza è QUI E ORA”? Non la capisco. Non so nemmeno che cosa voglia dire SALVEZZA.

    La maggior parte della gente rincorre piaceri fisici o varie forme di gratificazione psicologica perché ritiene che queste cose la renderanno felice o la libereranno da una sensazione di paura o di mancanza. La felicità può essere percepita come un senso intensificato di vitalità raggiunto attraverso il piacere fisico, o un senso del sé più sicuro e completo raggiunto attraverso qualche forma di gratificazione psicologica. Questa è la ricerca di salvezza da uno stato di insoddisfazione o insufficienza. Invariabilmente, l’eventuale soddisfazione che si ottiene è di breve durata, per cui la condizione di soddisfazione o appagamento viene di solito proiettata di nuovo verso un punto immaginario lontano dal qui e ora. “Quando otterrò questo o sarò libero da quello, allora andrà tutto bene”. Questa è la mentalità inconsapevole che crea l’illusione di salvezza nel futuro.

    La vera salvezza è appagamento, pace, vita in tutta la sua pienezza. Significa essere ciò che siamo, sentire dentro di noi il bene che non ha contrario, la gioia dell’Essere che non dipende da niente al di fuori di sé. Viene percepita non come esperienza fuggevole ma come presenza costante. In linguaggio teistico significa “conoscere Dio”, non come qualcosa al di fuori di noi ma come nostra essenza intima. La vera salvezza è conoscere se stessi come parte inseparabile dell’Unica Vita senza tempo e senza forma da cui tutto ciò che esiste trae il proprio essere.

    La vera salvezza è uno stato di libertà: dalla paura, dalla sofferenza, da un presunto stato di mancanza e insufficienza e pertanto da ogni bisogno, necessità, attaccamento e possesso. È libertà dal pensiero ineluttabile, dalla negatività, e soprattutto da passato e futuro come bisogno psicologico.

    La nostra mente ci dice che non possiamo arrivare da qui a lì. Deve succedere qualcosa, oppure noi dobbiamo diventare questo o quello prima di essere liberi e appagati. Significa dire, in effetti, che noi abbiamo bisogno del tempo, che dobbiamo trovare, selezionare, fare, raggiungere, acquisire, divenire o capire qualcosa prima di essere liberi o completi. Vediamo il tempo come mezzo verso la salvezza, mentre in verità è il più grande ostacolo verso la salvezza.

    Pensiamo di non poter arrivare lì da dove siamo e da ciò che siamo in questo momento perché non siamo ancora abbastanza completi o buoni, ma la verità è che il qui e ora è l’unico punto da cui possiamo arrivare lì. Noi “arriviamo” lì rendendoci conto che ci siamo già.

    Troviamo Dio nel momento in cui ci rendiamo conto che non abbiamo bisogno di cercare Dio. Pertanto non vi è un’unica via verso la salvezza: qualunque condizione può essere utilizzata, ma non è necessaria nessuna condizione particolare. Vi è però un unico punto di accesso: l’adesso. Non vi può essere salvezza lontano da questo momento.

    Ci sentiamo soli senza un compagno o una compagna? Entriamo nell’adesso da qui.

    Stiamo vivendo un rapporto amoroso? Entriamo nell’adesso da qui.

    Non vi è niente che possiamo mai fare o raggiungere che ci avvicini alla salvezza più di quanto sia vicina in questo momento. Questo può essere difficile da afferrare per una mente abituata a pensare che ogni cosa utile si trovi nel futuro. Né qualunque cosa possiamo aver mai fatto o sia stata fatta a noi nel passato può impedirci di dire di sì a ciò che esiste e di rivolgere la nostra attenzione in profondità all’adesso. Non possiamo farlo nel futuro. Lo facciamo ora o mai più.

  • Anche se durante la vita ci siamo lasciati sfuggire tutte le altre occasioni per la realizzazione spirituale, a parte il sonno senza sogni, che ho già menzionato, vi è un altro ingresso involontario al NON MANIFESTATO. Si apre brevemente nel momento della morte fisica.

    Vi sono innumerevoli resoconti di persone che hanno avuto un’impressione visiva di questo ingresso come luce radiosa e quindi sono ritornate da ciò che è comunemente noto come esperienza di pre morte. Molte di tali persone parlano anche di un senso di serenità beata e pace profonda.

    Nel Libro tibetano dei morti questa condizione viene definita “lo splendore luminoso della luce incolore del Vuoto”, ed è detto che essere “il nostro vero sé”. Questo ingresso si apre solo molto brevemente, e se non abbiamo già incontrato la dimensione del Non Manifestato durante la vita, probabilmente ci sfuggirà.

    La maggior parte delle persone porta con sé troppa resistenza residua, troppa paura, troppo attaccamento all’esperienza sensoriale, troppa identificazione con il mondo manifestato.

    Allora vedono l’ingresso, se ne allontanano per paura, quindi perdono la consapevolezza. Gran parte di ciò che avviene dopo è involontario e automatico. Alla fine vi sarà un altro ciclo di nascita e di morte. La presenza non è stata ancora sufficientemente forte per l’immortalità consapevole.

    Allora attraversare questo ingresso non significa annullamento?

    Come per tutti gli altri ingressi, la nostra vera natura radiosa permane, ma non la personalità. In ogni caso, ciò che è reale o di vero valore nella nostra personalità è la nostra vera natura che splende attraverso di noi. Questa non va mai perduta. Nulla che abbia valore, nulla che sia reale va mai perduto.

    L’avvicinarsi alla morte e la morte stessa, il dissolvimento della forma fisica, sono sempre una grande occasione per la realizzazione spirituale. Questa occasione va tragicamente perduta gran parte delle volte, poiché noi viviamo in una cultura che è quasi totalmente ignorante della morte, come è quasi totalmente ignorante di ogni cosa che realmente importi.

    Ogni ingresso è un ingresso di morte, morte del falso sé. Quando lo attraversiamo, smettiamo di trarre la nostra identità dalla nostra forma psicologica, creata dalla mente. Allora ci rendiamo conto che la morte è un’illusione, così come la nostra identificazione con la forma era un’illusione. La fine dell’illusione: ecco tutto ciò che è la morte. È dolorosa solo fintanto che noi ci aggrappiamo all’illusione.

  • Perché è stata costruita la struttura chiamata “me”? Perché il pensiero ha fatto questo? È realmente una domanda di straordinaria importanza, perché si tratta della nostra vita. Dobbiamo affrontare tutto ciò con enorme serietà. Perché il pensiero ha generato il “me”?

    Sia che vediate questo fatto, che il pensiero ha costruito il “me”, sia che diciate che il “me” è qualcosa di divino, qualcosa che esisteva prima ancora dei tempi, (cosa che, infatti, molti dicono), dobbiamo procedere e indagare. Per quale motivo il pensiero ha creato il “me”? Perché? Non lo so, e voglio scoprirlo. Per quale motivo credete che il pensiero abbia creato il “me”?

    Ci sono due punti da prendere in considerazione: uno è che il pensiero richiede stabilità; solo quando c’è sicurezza il cervello è soddisfatto. Ecco, quando c’è sicurezza il cervello opera meravigliosamente, che lo faccia in modo ragionevole o nevrotico. Quindi, una delle ragioni è che il pensiero, essendo esso stesso insicuro, frammentato, frantumato, ha generato il “me” come qualcosa di permanente; il “me” che è poi divenuto separato dal pensiero, e quindi da questo percepito come permanente.

    Questo permanere è definito attraverso l’attaccamento: la mia casa, il mio carattere, i miei desideri, le mie volontà, tutto ciò dà al “me” un completo senso di sicurezza e di continuità. Non è forse così? L’altro punto è dato dall’idea che il “me” sia qualcosa che esiste già prima del pensiero: è così? E chi può dire che esistesse prima ancora del pensiero? Se fate questa affermazione (come molti fanno), qual è la sua motivazione?

    Su quale base asserite ciò? Si tratta di un’affermazione della tradizione, una convinzione, una credenza, un non voler riconoscere che il “me” è un prodotto del pensiero, e non qualcosa di meravigliosamente divino, che è ancora una volta una proiezione del pensiero che il “me” sia permanente?

    Avendo osservato tutto ciò, si abbandona l’idea che il “me” sia eterno, eternamente divino, o come lo si voglia definire, che è troppo assurda. Si può vedere con chiarezza che il pensiero ha creato il “me”, che il “me” è diventato indipendente, che ha acquisito conoscenza, il “me” che è l’osservatore, il “me” che è il passato.

    Il “me” che è il passato transita attraverso il presente e si modifica come futuro: si tratta ancora del “me” creato dal pensiero, e quel “me” è diventato indipendente dal pensiero stesso. Giusto? Vogliamo procedere da qui?

    Per favore, non accettate questa descrizione, le parole, ma osservate la verità di questa cosa. Nello stesso modo in cui vedete la realtà di questo microfono, così capite la realtà di questa cosa. Quel “me” ha un nome e una forma. Quel “me” possiede un’etichetta, si chiama K o John, e ha una forma, si identifica con il corpo, il volto, l’intera struttura.

    Quindi esiste l’identificazione del “me” con un nome e una forma, che sono la struttura, e con gli ideali che vuole perseguire, o il desiderio di cambiare quel “me” in un’altra forma di “me”, con un altro nome. Questo è il “me”. Questo “me” è il prodotto del tempo e, conseguentemente, del pensiero. Questo “me” è la parola; togliete la parola: che cos’è il “me”?

    Allora, questo “me” soffre, il “me”, come “te”, soffre. Perciò il “me” che soffre è “te”. Il “me” nella sua grande ansia è la grande ansia del “te”: per questo motivo tu e io siamo comuni. Questa è l’essenza che è alla base: malgrado tu sia più alto, più basso, più intelligente, di diverso temperamento, con un carattere diverso, tutto ciò è dato dal periferico movimento della cultura, ma in profondità, alla radice, siamo uguali.

    Quindi il “me” si muove in correnti di avidità, in percorsi egoistici, nei sentieri della paura, dell’ansia e via dicendo, e questo accade, esattamente nello stesso modo, per “te”. Ecco, è così: tu sei egoista e un altro è egoista, tu sei spaventato e un altro lo è, essenzialmente tu soffri, provi dolore, piangi, sei avido, invidioso: è ciò che tutti gli esseri umani hanno in comune.

    Questo, adesso, è il flusso in cui viviamo, questo è il flusso in cui tutti noi siamo catturati. In altre parole, noi tutti viviamo in quella corrente di egoismo, e in questa parola sono racchiuse tutte le descrizioni del “me” che abbiamo appena fatto.

    Quando moriamo quell’organismo muore, ma quella corrente dell’ego continua. Fatela questa considerazione! Ho vissuto una vita estremamente egoistica, radicata in attività ego-centrate: i miei desideri, l’importanza dei miei desideri, le ambizioni, la brama, l’invidia, l’accumulo di proprietà, l’accumulo di conoscenza, di tutte le cose che ho raccolto (tutto quello che ho definito egoistico).

    Questo è ciò in cui vivo, questo è il “me” e questo siete anche voi, e nei rapporti è esattamente la stessa cosa. Così, nel nostro vivere, noi tutti fluiamo in questa corrente di egoismo. Questa è la realtà, non la mia opinione o una mia conclusione. Se osservaste, capireste ciò di cui sto parlando. Andate in America e vedrete lo stesso fenomeno, così in India, come in Europa, magari modificato dai diversi contesti, da pressioni diverse, ma nell’essenza vedrete la stessa cosa, lo stesso flusso di egoismo; e quando il corpo muore, quel movimento continua.

    Quindi, questo vasto flusso egoistico, se posso riassumere in questa espressione tutte le cose che esso implica, è il movimento del tempo; e quando il corpo muore, questo movimento continua. Viviamo quotidianamente in quella corrente fino a quando moriamo; noi moriamo e quel flusso continua. Quel flusso è il tempo. Quello è il movimento del pensiero, che ha creato sofferenza, che ha creato il “me”, dal quale il “me” ha definito se stesso come essere indipendente, separandosi da te, ma quel “me”, quando soffre, è la stessa cosa che te.

    Quindi il “me” è la parola, il “me” è la struttura immaginata dal pensiero, in se stessa non ha realtà, è ciò che il pensiero ha generato, perché il pensiero ha bisogno di sicurezza, di certezza, e ha investito nel “me” tutte le sue certezze, In tutto ciò è implicita la sofferenza; mentre viviamo, siamo trasportati da questa corrente, dal flusso dell’egoismo e quando moriamo, quel movimento continua.

    È possibile che quel flusso si arresti? Muoio fisicamente, questo è ovvio, mia moglie può piangere, ma il fatto è che io muoio, il corpo muore, mentre questo movimento del tempo, di cui facciamo tutti parte, continua. Ecco perché il mondo è me, e io sono il mondo. Ci sarà mai una fine a quel flusso? Esiste la manifestazione di qualcosa che sia completamente diverso da quel flusso?

    In altre parole, può mai l’egoismo, con tutte le sue sottigliezze, giungere a una fine completa? Quella fine è la fine del tempo e li si manifesta una dimensione totalmente diversa, che non è affatto centrata nell’ego.

    Krishnamurti, Saanen, 24 luglio 1975

  • Interrogante: Adesso mi state parlando di dipendenza, ma io sono venuto per discutere della paura.

    Krishnamurti: Esaminiamole entrambe perché, come vedremo, sono strettamente connesse. Vi dispiace se parliamo di entrambe? Stavamo parlando della dipendenza. Che cosa è la dipendenza? Perché uno dipende psicologicamente da un altro? La dipendenza è forse la negazione della libertà?

    Mettete da parte la casa, il marito, i bambini, le proprietà cosa resta di un uomo quando viene privato di tutte queste cose? Non riesce a contare solo su se stesso, si sente vuoto, perso. Perciò al di fuori di questo vuoto, che lo spaventa, l’uomo dipende dalle proprietà, dalla gente e dalle convinzioni. Vi potete sentire talmente sicuri delle cose da cui dipendete che non vi immaginereste mai di poterle perdere: l’amore della vostra famiglia, il benessere. Tuttavia la paura continua.

    Dobbiamo avere ben chiaro in mente quindi che ogni forma di dipendenza psicologica inevitabilmente genera paura, sebbene le cose da cui si dipende sembrano praticamente indistruttibili. La paura sorge da questa segreta insufficienza, povertà, vacuità. Adesso quindi, come vedete, abbiamo tre risultati: sensibilità, dipendenza e paura. Essi nascono l’una dall’altra.

    Consideriamo la sensibilità: quanto più sensibili siete (a meno che non abbiate capito come rimanere sensibili senza dover dipendere, come essere vulnerabili senza dover soffrire), tanto più dipenderete.

    Prendiamo ora la dipendenza: quanto più dipenderete, tanto più ne sarete disgustati e agognerete la libertà. Questo desiderio di libertà stimola la paura, perché esso non è altro che una reazione, e non la libertà dalla dipendenza.

    Interrogante: Voi dipendete da qualcosa?

    Krishnamurti: Naturalmente dipendo fisicamente dal cibo, dai vestiti e da un riparo, ma psicologicamente, nell’intimo, non dipendo da niente: né da dei, né dalla moralità sociale, né dalla fede, né dalla gente. Ma non ha importanza se io sono o no dipendente.

    Dunque, per andare avanti: paura è consapevolezza della nostra intima vacuità, solitudine e povertà, e dell’essere incapaci di agire nei suoi riguardi. Ci interessa solamente la paura che genera dipendenza e che è stimolata dalla dipendenza. Se capiremo la paura capiremo anche la dipendenza. Perciò per capire la paura ci deve essere una sensibilità a scoprire e a comprendere come essa si produca.

    Se qualcuno è veramente sensibile diventa conscio della propria straordinaria vacuità: un abisso senza fine che non può essere colmato né dalla grossolana esperienza della droga, né dalle chiese, né dai divertimenti della società; niente mai lo può colmare.

    Questo vi porta a dipendere, e questa dipendenza vi rende sempre più insensibile. E sapendo che le cose stanno così ne avete paura. La nostra domanda è quindi, come si deve essere per andare al di là di questa vacuità, di questa solitudine e non come si deve essere per raggiungere l’autosufficienza, non come si deve essere per poter camuffare perennemente questa vacuità.

    Interrogante: Perché dite che il problema non è di raggiungere l’autosufficienza?

    Krishnamurti: Perché se foste autosufficiente non rimarreste ancora sensibile per molto tempo, ma diventereste compiaciuto e incallito, indifferente e chiuso in voi stesso. Non dipendere, superare la dipendenza, non vuol dire necessariamente essere autosufficiente. Non potrebbe la mente fronteggiare e vivere con questa vacuità, e non tentare di fuggire in qualche direzione?

    Interrogante: Diventerei pazzo se pensassi di dover vivere tutta la vita così.

    Krishnamurti: Ogni movimento di allontanamento da questa vacuità è una fuga. E questo fuggir via da qualcosa, via da “ciò che è “, è paura. Paura vuol dire fuggir via da qualcosa. Ciò che è non è la paura; è il fuggire che è la paura, e questo vi farà impazzire, non la vacuità in se stessa. Cos’è dunque questa vacuità, questa solitudine? Come viene fuori? Nasce senza dubbio dal paragone e dalla misurazione, non è vero? Io mi paragono a un santo, ad un maestro, a un grande musicista, ad un tizio che conosco, ad un uomo arrivato. In questo paragone mi scopro mancante e insufficiente: non ho alcun talento, sono inferiore, non mi sono “realizzato”; io non sono, e quell’uomo è.

    Così dalla misurazione e dal paragone vien fuori l’enorme abisso della vacuità e del nulla. La fuga da questo abisso è la paura. E la paura ci impedisce di capire questo abisso senza fine. È una nevrosi che si alimenta da sola. Ancora, la misurazione, il paragone sono l’essenza stessa della dipendenza. Così ci ritroviamo ancora a dipendere; è un circolo vizioso.

    Da L’Uomo dalla svolta di Jiddu Krishnamurti

  • GLI INSEGNAMENTI DI DON JUAN di Carlos Castaneda

    DON JUAN: «Quando un uomo comincia a imparare, non sa mai con chiarezza quali sono i suoi obiettivi. Il suo scopo è imperfetto; il suo intento è vago. Spera in una ricompensa che non si concretizzerà mai, perché non sa nulla delle difficoltà dell’imparare. Comincia lentamente a imparare, dapprima a poco a poco, poi a grandi passi. E presto i suoi pensieri entrano in conflitto. Quello che impara non è mai quello che ha sperato o immaginato, e così incomincia ad aver paura. Imparare non è mai quello che ci si aspetta.

    Ogni passo dell’imparare è un compito nuovo, e la paura che l’uomo prova comincia a salire implacabilmente, inflessibilmente. Il suo scopo diventa un campo di battaglia. E così si è imbattuto nel primo dei suoi nemici naturali: LA PAURA! Un nemico terribile, traditore, e difficile da superare. Si tiene nascosto a ogni svolta della strada, in agguato, aspettando. E se l’uomo, atterrito dalla sua presenza, fugge, il nemico avrà messo fine alla sua ricerca.»

    CARLOS CASTANEDA: «Che cosa accadrà all’uomo che fugge per il terrore?»

    DON JUAN: «Non gli accadrà nulla, tranne che non imparerà mai. Non diventerà mai un Uomo di Conoscenza. Sarà forse un uomo borioso, o innocuo, o spaventato; in ogni caso, sarà un uomo sconfitto. Il suo primo nemico avrà messo fine ai suoi desideri.»

    CARLOS CASTANEDA: «E che cosa può fare per vincere la paura?»

    DON JUAN: «La risposta è semplicissima. Non deve fuggire. Deve sfidare la sua paura, e a dispetto di essa deve compiere il passo successivo nell’imparare, e il successivo e ancora il successivo. La sua paura deve essere completa, e tuttavia non si deve fermare. Questa è la regola! E verrà il momento in cui il suo primo nemico volgerà in ritirata. L’uomo comincia a sentirsi sicuro di sé. Il suo intento diviene più forte. Imparare non è più un compito terrificante. Quando arriva questo lieto momento, l’uomo può dire senza esitazione di aver sconfitto il suo primo nemico naturale.»

    CARLOS CASTANEDA: «Ciò avviene tutto in una volta, don Juan, oppure a poco a poco?»

    DON JUAN: «Avviene a poco a poco, e tuttavia la paura è vinta improvvisamente e rapidamente.»

    CARLOS CASTANEDA: «Ma l’uomo non avrà ancora paura se gli succederà qualcosa di nuovo?»

    DON JUAN: «No. Una volta che un uomo ha vinto la paura, ne è libero per tutto il resto della sua vita perché, invece della paura, ha acquistato la lucidità: una lucidità mentale che cancella la paura. A questo punto l’uomo conosce i suoi desideri; sa come soddisfare tali desideri. Può anticipare i nuovi passi dell’imparare, e una limpida lucidità circonda ogni cosa. L’uomo sente che nulla è nascosto.

    E così ha incontrato il suo secondo nemico: LA LUCIDITA’! Quella lucidità mentale, che è così difficile da ottenere, scaccia la paura, ma acceca anche. Costringe l’uomo a non dubitare mai di se stesso. Gli dà la sicurezza di poter fare tutto quel che gli piace, perché vede chiaramente in tutto. Ed è coraggioso perché è lucido, e non si ferma davanti a nulla perché è lucido. Ma tutto questo è un errore; è come qualcosa di incompleto. Se l’uomo si arrende a questo falso potere, ha ceduto al suo secondo nemico e sarà maldestro nell’imparare. Si affretterà quando dovrà essere paziente, o sarà paziente quando dovrebbe affrettarsi..» E sarà maldestro nell’imparare finché non cederà, incapace di imparare più nulla.»

    CARLOS CASTANEDA: «Che ne è di un uomo sconfitto in tal modo, don Juan? Muore come risultato?»
    DON JUAN: «No, non muore. Il suo secondo nemico lo ha semplicemente bloccato impedendogli di diventare un uomo di conoscenza; l’uomo può, invece, trasformarsi in un allegro guerriero o in un pagliaccio. Tuttavia la lucidità pagata a così caro prezzo non si trasformerà mai più nella tenebra e nella paura. Avrà la lucidità finché vivrà, ma non imparerà, o bramerà, più nulla.»

    CARLOS CASTANEDA: «Ma che cosa deve fare per evitare di essere sconfitto?»

    DON JUAN: «Deve fare quello che ha fatto con la paura: deve sfidare la sua lucidità e usarla solo per vedere, e aspettare con pazienza e misurare con cura prima di fare nuovi passi; deve pensare, dopo tutto, che la sua lucidità è quasi un errore. E verrà un momento in cui comprenderà che la sua lucidità era solo un punto davanti ai suoi occhi. E così avrà superato il suo secondo nemico, e sarà in una posizione in cui nulla potrà mai nuocergli. Questo non sarà un errore. Non sarà solamente un punto davanti ai suoi occhi. Sarà vero potere. A questo punto saprà che il potere che ha inseguito così a lungo è finalmente suo. Può fare tutto quel che vuole. Il suo alleato è al suo comando. Il suo desiderio è la regola. Vede tutto quel che è intorno a lui.

    Ma si è anche imbattuto nel terzo dei suoi nemici: IL POTERE!

    Il potere è il più forte di tutti i nemici. E naturalmente la cosa più facile è arrendersi; dopo tutto, un uomo a questo punto è veramente invincibile. Comanda; comincia col correre rischi calcolati e finisce col creare regole, perché è un padrone.

    A questo stadio difficilmente l’uomo si rende conto che il nemico lo sta circondando. E improvvisamente, senza saperlo, avrà certamente perduto la battaglia. Il suo nemico lo avrà trasformato in un uomo crudele e capriccioso.»

    CARLOS CASTANEDA: «Perderà il suo potere?»

    DON JUAN: «No, non perderà mai la sua lucidità o il suo potere.»

    CARLOS CASTANEDA: «Allora che cosa lo distinguerà da un uomo di conoscenza?»

    DON JUAN: «Un uomo che è sconfitto dal potere muore senza sapere veramente come tenerlo in pugno. Il potere è solo un fardello sul suo destino. Un tale uomo non ha il comando su se stesso, e non può sapere quando o come usare il suo potere.»

    CARLOS CASTANEDA: «La sconfitta da parte di uno qualsiasi di questi nemici è una sconfitta definitiva?»

    DON JUAN: «Certo che è definitiva. Una volta che uno di questi nemici ha avuto il sopravvento su di un uomo non c’è nulla che questi possa fare.»

    CARLOS CASTANEDA: «È possibile, per esempio, che l’uomo sconfitto dal potere possa vedere il proprio errore e correggersi?»

    DON JUAN: «No. Quando un uomo cede è spacciato.»

    CARLOS CASTANEDA: «Ma che cosa accadrebbe se fosse accecato temporaneamente dal potere e poi lo rifiutasse?»

    DON JUAN: «Significherebbe che la sua battaglia ancora continua. Significherebbe che sta ancora cercando di diventare un Uomo di Conoscenza. Un uomo è sconfitto solo quando non tenta più, e si lascia andare.»

    CARLOS CASTANEDA: «Ma allora è possibile, don Juan, che un uomo possa abbandonarsi per anni alla paura, ma alla fine vincerla?»

    DON JUAN: «No. Questo non è vero. Se cede alla paura non la vincerà mai, perché avrà paura di imparare e non tenterà più. Ma se cerca per anni di imparare, pur in mezzo alla sua paura, alla fine la vincerà perché non si è mai veramente abbandonato a essa.»

    CARLOS CASTANEDA: «Come può sconfiggere il suo terzo nemico, don Juan?»

    DON JUAN: «Deve sfidarlo, deliberatamente. Deve arrivare a rendersi conto che il potere da lui apparentemente conquistato in realtà non è mai suo. Deve stare sempre in guardia, tenendo in pugno con cura e con fede tutto ciò che ha imparato. Se riuscirà a vedere che la lucidità e il potere, quando manca il suo proprio controllo su di sé, sono peggio ancora di errori, raggiungerà un punto in cui tutto è tenuto sotto controllo. Saprà allora come e quando usare il suo potere. E in questo modo avrà sconfitto il suo terzo nemico.

    L’uomo sarà, ormai, alla fine del suo viaggio di apprendimento, e si imbatterà, quasi senza esserne stato avvertito, nel quarto ed ultimo dei suoi nemici: LA VECCHIAIA! Questo nemico è il più crudele di tutti, il solo che non potrà essere sconfitto completamente, ma solo scacciato.

    Questo è il momento in cui l’uomo non ha più paure, non più un’impaziente lucidità mentale; un momento in cui il suo potere è tutto sotto controllo, ma anche il momento in cui prova un irresistibile desiderio di riposare.

    Se si arrende totalmente al desiderio di lasciarsi andare e dimenticare, se si adagia nella stanchezza, avrà perduto l’ultimo combattimento, e il suo nemico lo ridurrà a una creatura debole e vecchia. Il suo desiderio di ritirarsi annullerà tutta la sua lucidità, il suo potere, e la sua conoscenza.

    Ma se l’uomo si spoglia della sua stanchezza, e affronta il proprio destino, può allora essere detto uomo di conoscenza, pur se soltanto per il breve momento in cui riesce a sconfiggere il suo ultimo e invincibile nemico.

    Quel momento di lucidità, di potere e di conoscenza, è sufficiente.»

    Carlos Castaneda, Gli Insegnamenti di don Juan, pag. 68-70

  • Possiamo osservare che il pensiero, per quanto sottile possa essere, ha generato questa incredibile struttura umana fatta di relazioni, di comportamenti sociali, di divisioni: e dove c’è divisione, devono esserci, necessariamente, conflitto e violenza.

    Che sia una differenza linguistica o di classe, o la diversità generata da ideologie e sistemi, questo stato, in quanto divisivo, invariabilmente produce violenza.

    Fino a quando non si comprende in profondità come si è generata questa violenza, non solamente indagandone le cause, ma andando oltre, molto oltre le cause, non saremo mai liberi, almeno a me sembra, da questa straordinaria miseria, confusione, dalla violenza che è presente nel mondo.

    Perciò mi chiedo, e noi tutti chiediamo a noi stessi: che cosa è la libertà, in relazione al pensiero e al comportamento umano?

    Perché è il nostro comportamento quotidiano che sta generando questo caos nel mondo. Quindi, può esserci libertà, completa libertà dal pensiero? E se c’è libertà dal pensiero, che posto prenderà il pensiero? Per favore, non stiamo filosofeggiando o intrattenendoci intellettualmente.

    Filosofia significa amore perla verità, non opinione speculativa, percezioni o conclusioni teoretiche. Il suo vero significato è amore per la verità nella nostra vita e nel nostro comportamento quotidiano.

    Per approfondire questo punto con serietà, e spero che lo facciate, bisogna indagare, imparare, senza opinioni, senza raggiungere conclusioni da memorizzare, perché, in questa indagine che stiamo compiendo assieme, non raggiungeremo nessuna conclusione. Al contrario, la verità non è una conclusione: si giunge a una conclusione solo quando il pensiero produce opinioni, verità dialettiche; con queste conclusioni, il pensiero diventa uno strumento di separazione.

    Perciò, quello che dobbiamo fare è scoprire da soli, e quindi imparare, che cos’è il pensiero, e se questo, per quanto razionale, logico, sano, oggettivo possa essere, può determinare una rivoluzione psicologica nel nostro comportamento. Il pensiero è sempre condizionato, perché il pensiero è la reazione della memoria, dell’esperienza, della conoscenza, dell’accumulo. Il pensiero sorge da questi condizionamenti, per questo motivo non potrà mai generare un comportamento giusto.

    Siamo capaci di capirlo? Sapete, ho incontrato molti psicologi, in tutto il mondo, che osservando ciò che gli esseri umani sono nella realtà, quanto sia contraddittorio il loro comportamento e quanto siano miserevolmente infelici, dicono che bisognerebbe, per prima cosa, gratificarli, e poi condizionarli in maniera diversa. Dicono che, invece di punirli per il loro comportamento malvagio, bisognerebbe premiarli per le cose buone che fanno e dimenticare il resto. In questo modo, fin dall’infanzia siete condizionati: siete premiati per comportarvi bene, o ciò che si pensa essere bene (cioè in modo non antisociale).

    Vedete, affrontando tutto con il pensiero, per loro il pensiero è di straordinaria importanza e, così come i comunisti e molti altri, dicono che il pensiero deve essere rimodellato, condizionato in modo diverso, in modo che da questa diversa struttura possa manifestarsi un comportamento diverso. Come vedete, affrontano l’intera problematica, rimanendo, ancora, dentro i modelli del pensiero.

    Anche nell’India antica si è cercato di fare la stessa cosa, lo hanno fatto i buddhisti; ogni religione, in realtà, ci ha provato. Ma il comportamento umano, con tutte le sue contraddizioni, le sue frammentazioni, è il risultato del pensiero e se vogliamo cambiare radicalmente questo comportamento, non perifericamente, nelle espressioni marginali dell’esistenza umana, bensì proprio nel nucleo del nostro essere, allora dobbiamo scendere in profondità nella realtà del pensiero. Voi dovete farlo, non io.

    Voi dovete vedere la verità di ciò: che il pensiero deve essere compreso, che bisogna conoscerlo interamente. Questo deve essere di enorme importanza per voi, non perché ve lo dice chi sta parlando, perché egli non è importante, ma perché ciò che ha valore è quello che voi stessi imparate, non quello che memorizzate. Se state solo ripetendo le mie parole, sia che le accettiate sia che le neghiate, vuol dire che non avete affatto affrontato il problema. Nel caso, invece, vi stia veramente a cuore risolvere questo problema tutto umano, scoprire come vivere in pace, con amore, senza paura, senza violenza, dovete allora affrontare l’intera questione del pensiero.

    Allora come si può imparare cos’è la libertà?

    Non la libertà dall’oppressione, non la libertà dalla paura, da tutte le piccole cose di cui ci preoccupiamo, ma libertà dalla causa stessa della paura, dall’origine stessa del nostro antagonismo, dalla radice del nostro essere, dove la contraddizione è sconcertante e la ricerca del piacere è paurosa, dove risiedono tutte le divinità, gli dei che abbiamo creato, con tutte le loro chiese e i loro preti, e tutto il resto.

    Mi sembra che ci si debba chiedere se si desidera la libertà alla periferia o al centro del nostro essere; e se volete imparare che cos’è la libertà fin dall’origine dell’esistenza, allora dovete conoscere il pensiero. Se quella domanda è chiara, non la sua spiegazione verbale, non le idee che raccogliete dalla spiegazione, ma se quella domanda è qualcosa che percepite come un’assoluta necessità, allora possiamo viaggiare assieme, e se poteste comprendere questo, tutte le domande troverebbero risposta.

    Perciò, bisogna scoprire che cosa significa imparare. Per prima cosa voglio imparare a scoprire se esiste la libertà dal pensiero, non come usare il pensiero, perché questa è una domanda successiva.

    Ma può la mente essere mai libera dal pensiero? Che cosa significa, che cosa implica questa libertà? Noi conosciamo solo la libertà da qualcosa, dalla paura, da questo o da quello, dall’ansia, da decine di cose; ma esiste una libertà che non sia da qualcosa? La libertà stessa, in se stessa?

    Una volta formulata questa domanda, è dal pensiero che dipenderà la risposta? O non è forse, la libertà, la non esistenza del pensiero? Imparare significa percepire istantaneamente, perciò imparare non richiede tempo, non so se lo capite: per favore, vi prego, è veramente affascinante vederne l’importanza.

    Krishnamurti, Brockwood Park, 9 settembre 1972

  • Dunque un uomo religioso non è quello che indossa una tonaca o un perizoma, o che consuma un solo pasto al giorno, o che ha fatto numerosi voti di essere questo e non essere quello, bensì quello che è semplice interiormente, che non tende a diventare alcunché.

    Una mente simile è capace di una ricettività straordinaria, perché in essa non ci sono barriere, ne paure, ne movimento verso qualcosa; è dunque capace di ricevere la grazia, Dio, la Verità, o quel che vi pare. Una mente che persegue la realtà, invece, non è una mente semplice. Una mente che cerca, si affanna, brancola in preda all’agitazione, non è una mente semplice. Una mente che si conforma a un qualsiasi modello di autorità, interna o esterna, non può essere sensibile.

    E soltanto quando una mente è veramente sensibile, vigile, consapevole di tutte le sue vicende, reazioni, pensieri, quando non tende più a diventare qualcosa, quando non plasma più se stessa per diventare qualcosa, solo allora è capace di accogliere ciò che è la verità. Solo allora può esserci felicità, poiché la felicità non è un fine: è il risultato della realtà.

     

    Quando la mente e il cuore saranno divenuti semplici e dunque sensibili (ma non attraverso a forme di coazione, di autorità, di imposizione), allora vedremo che i nostri problemi possono essere affrontati con molta semplicità: per quanto complessi tali problemi siano, saremo in grado di impostarli in maniera nuova e vederli in un ottica differente.

     

    Ecco di cosa c’è bisogno oggi: di gente che sia capace di affrontare la confusione, l’agitazione, la conflittualità della realtà esterna in maniera nuova, creativa e semplice, non con teorie ne con formule, di sinistra o di destra che siano. Ma non si può affrontare tutto ciò in maniera nuova se non si è semplici.

     

    I problemi possono essere risolti soltanto se li si imposta in questo modo. Una nuova impostazione non è possibile se ragioniamo nei termini di precisi schemi di pensiero, religioso, politico o di altra natura. Dobbiamo liberarci di tutte queste cose per essere semplici.

    Ecco perché è così importante essere consapevoli, avere la capacità di comprendere il processo del proprio pensiero, avere una percezione totale di sè; da ciò scaturisce una semplicità, un’umiltà che non è virtù o esercizio. L’umiltà che si conquista attraverso uno sforzo cessa di essere umiltà. Una mente che si fa umile non è più una mente umile.

    Solo quando si è umili, ma non di un’umiltà coltivata, solo allora si è in grado di affrontare i tanti problemi pressanti della vita, perché non ci si ritiene importanti, non si guarda alle cose attraverso il filtro delle proprie urgenze e del proprio senso d’importanza; si considera invece il problema in sè e così si è in grado di risolverlo…

     

    (J. Krishnamurti)

  • Io penso che dobbiamo parlare insieme di qualcosa di fondamentale importanza, qualcosa di cui ogni essere umano dovrebbe occuparsi perché riguarda la nostra vita, la nostra attività quotidiana, il modo in cui noi sprechiamo i giorni e gli anni della nostra vita.

    Perché? E a che scopo?

    Noi nasciamo e moriamo, e in questi anni di dolore e di angoscia, di gioia e di piacere, si perpetuano l’eterna battaglia e l’eterno sforzo di andare in ufficio o in fabbrica per quaranta o cinquant’anni, di cercare di dare la scalata al successo, di accumulare denaro, piacere, esperienza, conoscenze; e alla fine, la morte. Alcuni scienziati dicono che l’uomo progredisce grazie alla conoscenza. È proprio così?

    Noi sappiamo un’infinità di cose su molti argomenti – biologia, archeologia, storia e così via – ma non sembra che questa conoscenza abbia modificato l’uomo in maniera radicale, profonda. Non fanno che perpetrarsi il conflitto, la lotta, il dolore, il piacere, l’eterna battaglia di sempre per l’esistenza.

    Poiché noi vediamo che tutto ciò continua ad accadere in ogni paese e a ogni latitudine, di che cosa si tratta? È molto facile rispondere con una spiegazione emotiva, romantica, nevrotica, oppure intellettuale o razionale.

    Mettete da parte tutte queste cose che, per un attimo e provate a trovare una risposta personale senza lasciarsi condizionare da un maestro o da un qualsiasi concetto filosofico, senza affermare niente, senza credere in niente, senza coltivare alcun ideale, ma soltanto una profonda osservazione.

    In caso contrario, la nostra sarà una vita fatta di automatismi. Il nostro cervello si è abituato a un modo di vivere meccanico; ora, una parte del cervello deve essere necessariamente meccanica, per quanto riguarda l’acquisizione della conoscenza e nell’uso ingegnoso di questa conoscenza in ogni circostanza della vita, in ogni azione esterna e da un punto di vista tecnologico.

    Ma la conoscenza che abbiamo acquisito – e di conoscenza possiamo accumularne sempre di più – non risponde alla domanda fondamentale: qual è il significato, in che cosa consiste la profondità della nostra vita?

    Noi vediamo bene che tutta l’umanità deve creare un’unità, perché soltanto così la razza umana sopravviverà fisicamente e biologicamente.

    Non saranno i politici a risolvere questo problema, non l’hanno mai fatto! Al contrario, manterranno le separazioni: da ciò traggono grandi vantaggi. L’umanità deve unirsi, è un fatto fondamentale per la sua esistenza, che tuttavia non può accadere attraverso regole, dogmi burocratici, leggi e cose del genere.

    Quando dunque noi osserviamo tutto ciò dal nostro punto di vista di esseri umani che vivono nel caos di un mondo praticamente impazzito – la vendita di armamenti per profitto, l’uccisione di persone in nome di un’idea, di una nazione, di un dio -che cosa dobbiamo fare? E a che scopo tutto ciò?

    Le religioni hanno cercato di dare un senso alla vita: parlo delle religioni istituzionalizzate, propagandistiche, ritualistiche. Ma nonostante i duemila o i diecimila anni di vita, l’uomo ha semplicemente affermato certi principi, certi ideali, certe deduzioni, ma lo ha sempre fatto a parole, sempre in maniera superficiale e irrealistica. Perciò, se siamo seri – e dobbiamo esserlo, altrimenti non viviamo in maniera reale, il che significa che non sorridiamo o non ridiamo mai – seri nel senso di un impegno totale rispetto al problema globale dell’esistenza, penso diventi molto importante scoprire un senso personale della vita.

    Quando dunque ci chiediamo qual è il senso globale della vita, ci troviamo di fronte al fatto che il nostro cervello è prigioniero in un solco, in un’abitudine, in una tradizione, nel condizionamento dell’educazione ricevuta, coltiva soltanto conoscenza, informazioni e funziona così in maniera sempre più meccanica.

    Per approfondire questo problema deve regnare un grande dubbio.

    Dubbio e scetticismo sono fondamentali perché, rinnegando tutto quanto l’uomo ha costruito – le sue religioni, i rituali, i dogmi, le credenze che sono tutte movimenti del pensiero – producono una certa libertà della mente. Come anche gli scienziati ammettono, il pensiero è un processo materiale che non ha risolto i nostri problemi, che non è stato capace di indagare a fondo in se stesso. Essendo esso stesso un frammento, ha semplicemente frantumato tutta l’esistenza. Così, esiste questa qualità del cervello che è meccanicistica e che in certe aree lo è necessariamente; ma interiormente, nella struttura psicologica della mente umana non c’è libertà.

    La mente è condizionata, è trattenuta da una credenza, dai cosiddetti ideali, dalla fede. Perciò, quando si arriva a dubitare, quando si accantona tutto questo – non in maniera teorica, ma fattuale, meticolosa – allora, che cosa rimane? Abbiamo paura di farlo perché ci diciamo: “Se rinnego tutto quello che il pensiero ha creato, che cosa rimane?”. Quando voi capite la natura del pensiero – che è un processo meccanico del tempo, una misura, la risposta al ricordo, un processo che porta sempre più sofferenza, angoscia, ansia e paura all’umanità – e andate oltre, lo rinnegate, che cosa rimane?

    La scoperta di quel che rimane deve iniziare con la libertà, perché la libertà è il primo e l’ultimo passo. Senza la libertà – non la libertà di scelta – l’uomo è semplicemente una macchina.

    Noi pensiamo di essere liberi perché facciamo delle scelte; la scelta esiste soltanto quando la mente è confusa. Quando la mente è chiara la scelta non esiste. Quando voi vedete le cose con grande chiarezza, senza distorsioni, senza illusioni, allora la scelta non esiste. Una mente che non sceglie è una mente libera, ma una mente che sceglie, e quindi mette in atto una serie di conflitti e di contraddizioni, non è mai libera perché è confusa in se stessa, divisa, frammentata.

    Per esplorare in qualsiasi campo deve esserci quindi libertà, libertà di indagare in modo che in quell’indagine non ci sia distorsione. Quando c’è distorsione, dietro c’è un movente, un movente che è trovare una risposta, un movente che è realizzare un desiderio, escogitare una soluzione ai nostri problemi, un movente che può essere basato su un’esperienza passata, su una conoscenza passata; e tutta la conoscenza è passato.

    Ovunque esiste un movente c’è necessariamente distorsione.

    Può la nostra mente liberarsi dalla distorsione? E osservare la nostra mente significa osservare la mente comune a tutta l’umanità, perché il contenuto della nostra conoscenza è identico a quello di tutti gli esseri umani che, ovunque vivano, passano attraverso lo stesso processo di paura, di angoscia, di tortura, di ansia e di conflitto, Ulteriore ed esterno, senza fine. Questa è la coscienza comune a tutta l’umanità.

    Perciò, quando voi esaminate la vostra coscienza state guardando nella coscienza dell’uomo, e quindi non è un esame personale, individualistico.

     

    AI contrario, state guardando nella coscienza del mondo, che siete voi. E questa è la realtà, quando approfondite questo processo. Avere una mente libera crea un’esigenza tremenda: richiede che voi, in quanto esseri umani, siate totalmente impegnati nella trasformazione del contenuto della coscienza, perché il contenuto crea la coscienza. E la trasformazione con la rivoluzione psicologica totale di questa coscienza ci riguarda tutti. Per portare avanti questa indagine vi si richiede grande energia, un’energia che si sprigiona quando non c’è dispersione di energia.

    Si spreca energia quando si cerca di superare ciò che si è, di negare o di sfuggire a ciò che si è o di analizzare ciò che si è, perché l’analista è l’analizzato, l’analista non è diverso da ciò che analizza. E nei molti discorsi fatti nel corso degli anni, abbiamo detto che questa è una realtà fondamentale. Ci stiamo chiedendo qual è il senso e l’importanza della vita, se mai la vita ne abbia. Se dite che la vita ha senso vi siete già in qualche modo compromessi e quindi non potete portare avanti l’indagine, avete già avviato il processo di distorsione. Allo stesso modo, se dite che la vita non ha senso, si tratta di un’altra forma di distorsione.

    Perciò è necessario essere completamente liberi sia dalle affermazioni positive sia da quelle negative.

    E qui inizia veramente la meditazione.

    I guru che in India si moltiplicano come funghi e che prosperano in tutto il mondo hanno dato a questa parola una grande varietà di significati. C’è la meditazione trascendentale – e io vorrei che non avessero mai usato questa splendida parola – che è la ripetizione di certe espressioni, a pagamento – tre volte al giorno, per venti minuti…..!

    La ripetizione ininterrotta di qualsiasi parola certamente vi darà una certa quiete perché avete ridotto il cervello a una tranquillità meccanica. Ma in questo non c’è niente di più trascendentale di quanto ve ne sia in qualsiasi altra cosa. ….

    E con ciò noi pensiamo di fare esperienza di qualcosa che è al di là del processo del pensiero materiale.

    L’uomo cerca esperienze diverse da quelle della vita ordinaria e quotidiana. Noi siamo annoiati, non ne possiamo più di tutta l’esperienza che abbiamo fatto della vita, e speriamo di impadronirci di un’esperienza che non sia il prodotto del pensiero. La parola esperienza significa, attraversare fino in fondo qualsiasi cosa , non significa ricordarla e perpetuarla. Ma questo noi non lo facciamo .

    Per riconoscere un’esperienza dovete averla già conosciuta; non è qualcosa di nuovo. Così, la mente che cerca un’esperienza diversa dalla semplice esperienza fisica psicologica, che cerca qualcosa di molto più grande e di molto superiore a tutto questo, farà esperienza della propria stessa proiezione e quindi sarà ancora meccanicistica, materialistica; sarà ancora il prodotto del pensiero.

    Quando voi non desiderate nessuna esperienza, quando avete capito l’intero significato del desiderio – che come abbiamo detto molte volte è sensazione, più pensiero e la sua immagine – allora non esistono ne distorsioni ne illusioni. Soltanto quando l’intera struttura della coscienza è libera, soltanto allora la mente sarà capace di guardare a se stessa senza distorsione, senza sforzo? La distorsione ha luogo quando c’è sforzo. Giusto?

    Lo sforzo implica il me e qualcosa che io voglio realizzare, la separazione tra me e quella cosa. La separazione porta invariabilmente il conflitto. La meditazione avviene soltanto quando il conflitto cessa definitivamente. Quindi, quando ci sono sforzo, pratica e controllo ogni forma di meditazione non ha senso.

    Ve ne prego, non accettate quello che sto dicendo. Stiamo indagando insieme e quindi è importante che voi non accettiate quello che viene detto; è importante che lo analizziate personalmente.

    Quindi dobbiamo approfondire la questione del controllo.

    Fin dall’infanzia noi venivamo educati al controllo: tutto il processo del controllo dei sentimenti. Nel controllo c’è chi controlla e la cosa controllata, dove chi controlla pensa di essere diverso da ciò che desidera controllare. In questo modo egli si è già spaccato, e da qui nasce sempre il conflitto. Ciò significa che un frammento del pensiero dice a se stesso: “Devo control lare altri frammenti del pensiero”; ma il pensiero che dice questo fa esso stesso parte del pensiero. Chi controlla è la cosa controllata, chi fa esperienza è la cosa di cui fa esperienza, non si tratta di due diverse entità o di due diversi movimenti. Chi pensa è il pensiero; se non c’è pensiero non esiste chi pensa.

    Si tratta di una cosa molto importante perché quando la si comprende completamente, profondamente, non a parole , non in teoria ma nella realtà, in quel momento il conflitto cessa. Quando la si riconosce profondamente come la verità, come una legge, allora ogni sforzo ha termine; e la meditazione può nascere soltanto quando non esiste sforzo di alcun genere.

    Per scoprire se la vita abbia un senso è necessario meditare.

    La meditazione pone le basi anche del retto comportamento: retto nel senso di accurato, non nel senso di un ideale, di un modello, di una formula, ma un’azione che ha luogo quando c’è osservazione completa di quanto accade in noi stessi. E attraverso la meditazione noi dobbiamo stabilire il retto rapporto tra gli esseri umani, vale a dire un rapporto senza conflitto .

    Il conflitto esiste quando c’è separazione tra due immagini, e ne abbiamo parlato a lungo; l’immagine che voi avete di un altro e quella che un altro ha di voi. Nella meditazione non deve esistere neanche l’ombra della paura psicologica; deve quindi avere fine il dolore, deve esserci quello di cui abbiamo parlato altre volte: compassione e amore.

    Questa è la base, il fondamento della meditazione. Senza di ciò, voi potete sedere a gambe incrociate sotto un albero per il resto dei vostri giorni, respirare correttamente – conoscete bene tutti i trucchi a cui si ricorre – ma niente di tutto questo servirà.

    Perciò, quando avrete realmente, profondamente instaurato un certo stile di vita – che non è un punto di arrivo, ma soltanto l’inizio – allora potremo procedere per scoprire se la mente – che è la totalità, il cervello, l’intera coscienza – è quieta, non subisce alcuna distorsione.

    Soltanto quando la mente è quieta, immobile, il vostro ascolto sarà corretto. Esistono diversi tipi di silenzio: il silenzio tra due rumori, il silenzio tra due pensieri, il silenzio dopo una lunga battaglia con se stessi, il silenzio tra due guerre, che voi chiamate pace. Tutti questi tipi di silenzio sono il frutto del rumore. Questo non è silenzio. C’è un silenzio che non viene creato ne coltivato, cosicché a osservare quel silenzio non c’è un me; c’è soltanto silenzio, quiete.

    Abbiamo incominciato con la domanda: la vita ha un senso? In quel silenzio, questa domanda voi non la ponete, veramente; abbiamo preparato il campo della mente che è capace di scoprire. E tuttavia dobbiamo trovare una risposta. Dove la troveremo, e chi risponderà? Sarò io, un essere umano, a rispondere? Oppure la risposta sta proprio in quel silenzio ?

    Voglio dire che quando non esiste distorsione causata dal movente, dallo sforzo, dal desiderio di fare esperienza, dalla separazione tra colui che osserva e la cosa osservata, tra chi pensa e il pensiero, non c’è spreco di energie. Ora, in quel silenzio c’è quell’energia superiore, e per poter vedere al di là delle parole deve esserci quell’energia, quella vitalità, quella forza.

    Perché la parola non è la cosa, e la descrizione non è la cosa descritta. Andare sulla luna, creare uno strumento fatto di milioni di componenti richiede un’energia immensa e la cooperazione di trecentomila persone per costruirlo. Ma si tratta di un’energia completamente diversa da quella di cui stiamo parlando.

     

    Vedete, io sono molto serio su questo punto. Ne ho parlato per oltre cinquant’anni: poiché la mente della maggior parte di noi è prigioniera in solchi più o meno profondi, noi dobbiamo continuamente vigilare per vedere che il cervello non crei un solco dove si sente sicuro e indugia; infatti, se si rimane in un solco, per quanto bello, per quanto piacevole, per quanto confortante, la mente manterrà un funzionamento meccanico, ripetitivo e perderà la sua profondità, la sua bellezza. Perciò chiedo: il silenzio è meccanicistico? È un prodotto del pensiero che dice: “Deve esserci qualche altra cosa oltre me, e per scoprirlo devo rimanere in silenzio, devo controllarmi, devo soggiogare ogni cosa per scoprirlo?”.

     

    Questo è ancora un movimento del pensiero, giusto? Perciò noi dobbiamo capire la differenza tra concentrazione, consapevolezza e attenzione.

    La concentrazione implica volgere l’energia in una direzione particolare, a esclusione di tutte le altre, costruendo una barriera contro qualsiasi altra cosa, opponendo resistenza. La consapevolezza è relativamente semplice, se non la rendete complicata. Significa essere consapevoli di tutto quanto vi circonda, semplicemente osservare.

    Allora c’è attenzione . L’attenzione implica l’assenza di un centro dal quale voi prestate attenzione. Il centro è il me e se la consapevolezza parte da quel centro, allora l’attenzione è limitata. Il centro esiste quando esiste la scelta, e dove c’è scelta c’è sempre il me, la mia esperienza, la mia conoscenza, l’io separato dal tu.

    Ora, ciò di cui stiamo parlando è l’attenzione dove non esiste alcun centro. Se voi state attenti in questo modo ora, mentre siete seduti qui, vedrete che la vostra attenzione è vasta, che non esistono confini, e che tutta la vostra mente – tutto – è completamente attenta, non fa scelte, e quindi non esiste un centro, non esiste un me che dice: “Io sono attento”. In quell’attenzione c’è silenzio, un silenzio dove è contenuta l’energia che non viene più sprecata.

    Solo una mente di questo genere può trovare la risposta, può scoprire – purtroppo se lo descrivo diventerà irreale – qualcosa che è al di là di tutto questo travaglio, di tutta questa infelicità. Se a questo voi dedicherete la vostra energia, il vostro tempo, la vostra capacità, non condurrete più una vita vuota e priva di senso.

    E tutto ciò è meditazione, dal principio alla fine.

  • “Nessuno ti può insegnare ad amare”. Se si potesse insegnare l’amore i problemi del mondo sarebbero molto semplici, no? Non è facile imbattersi nell’amore. È invece facile odiare e l’odio può accomunare le persone…  Ma l’amore è molto più difficile.

    Non si può imparare ad amare: quello che si può fare è osservare l’odio e metterlo gentilmente da parte.  Non metterti a fare la guerra all’odio, non star lì a dire che cosa orribile è odiare gli altri. Piuttosto, invece, vedi l’odio per quello che è e lascialo cadere. La cosa importante è non lasciare che l’odio metta radici nella tua mente. Capisci?

    La tua mente è come un terreno fertile e qualsiasi problema, solo che gli si dia tempo a sufficienza, vi metterà radici come un’erbaccia e dopo farai fatica a tirarla via. Invece, se tu non lasci al problema il tempo di metter radici, allora non sarà possibile che esso cresca e finirà, piuttosto, con l’appassire.

    Ma se tu incoraggi l’odio e dai all’odio il tempo di mettere radici, di crescere e di maturare, allora l’odio diventerà un enorme problema. Al contrario, se ogni volta che l’odio sorge tu lo lasci passare, troverai che la mente si fa sensibile senza diventare sentimentale. E perciò conoscerà l’amore. In un passo evangelico Gesù dice: “Non resistete al male” (Mt 5, 39).

    È un esercizio che il buon meditante porta sempre con sé, anche fuori dalla nostra sala di meditazione. Una buona pratica qui, conduce ad una buona pratica là fuori, e viceversa.

    Facciamo un esempio. Sono in autobus, seduto in un posto non riservato ad anziani o a persone con difficoltà motorie. Dentro l’autobus c’è molta gente, tutti i posti a sedere sono occupati e anche le persone in piedi sono di un certo numero.

    Entra una signora anziana, con evidenti difficoltà nel destreggiarsi; si guarda in giro in cerca di un posto libero, io la noto e le lascio la mia sedia. La signora si siede senza ringraziarmi. Bene : cosa succede a questo punto?

    Nella stragrande maggioranza dei casi, nasce in me un moto di stizza, di antipatia per quella donna. Diciamolo pure: odio. Siamo abituati ad associare questa parola a grandi eventi, alla guerra, a relazioni veramente conflittuali.

    Ma è da queste piccole situazioni che l’odio si genera in noi; è qui che comincia a sedimentare in noi questo automatismo. Dunque mi accorgo che spesso e volentieri anche le azioni apparentemente più morali, più giuste, tante volte sono dei piccoli ricatti camuffati, dei do ut des, io faccio questa buona azione, ma dall’altra parte ci deve essere un tornaconto.

    Ti faccio un piacere?  Bene, ma te lo devo fare pagare in un modo o nell’altro: attendo un tuo ringraziamento o un tuo gesto di piena riconoscenza.  Faccio qualcosa che viene considerato moralmente elevato?

    Allora mi aspetterò un riconoscimento da parte di qualcuno, la famiglia, gli amici, la società, le persone che mi circondano. Invece se vogliamo sviluppare la qualità della benevolenza e della equanimità, due aspetti molto importanti nella pratica della meditazione, bisogna cercare di svincolarci da tutto ciò. 

    È essenziale partire da queste piccole situazioni – che piccole poi non sono!  – per poi procedere verso questioni più pesanti: è come sollevare i pesi, si inizia dal poco e poi, quando si è dovutamente allenati, si aggiungono altri chili al nostro bilanciere.

    Dunque, quando il seme dell’ira, dell’odio sta subdolamente facendo ingresso nella nostra mente, noi ci fermiamo, lo osserviamo, creiamo uno spazio vuoto attorno a lui, ed esso in brevissimo tempo scomparirà.

    Anche qui, come nella pratica meditativa, molto importante è non giudicare il male che fa capolino, ma solo osservarlo in modo distaccato, senza valutarlo in alcun modo. Lo stato subito seguente a questa operazione sarà qualcosa simile ad una quieta soddisfazione, un pacificato piacere: non ci siamo fatti ingabbiare dalla nostra reazione automatica che genera in noi odio al presentarsi di una certa situazione nella quale ci veniamo a trovare; siamo riusciti a svincolarci da un funzionamento puramente meccanico della nostra persona, abbiamo consapevolmente osservato e mutato il nostro stato.

    Si fa in noi quindi chiara la sensazione che su questa via, se perseguita, non si può che giungere ad estirpare un’abitudine malefica e sostituirla con un’abitudine benefica.

    Ogni giorno si presentano innumerevoli occasioni per esercitarsi in questo modo. Davanti ad ognuna di esse abbiamo due possibilità: continuare ad essere succubi delle circostanze, comportandoci come delle macchine che a certi input danno sempre certi output oppure svegliarci dal nostro sonno, scegliendo un percorso di liberazione dalla nostra angusta situazione. Cosa scegliamo?

  • Scegliamo la nostra posizione preferita per la meditazione. Assicuriamoci che il corpo sia rilassato. Chiudiamo gli occhi. Inspiriamo profondamente alcune volte. Percepiamo il respiro che arriva nel basso addome, osserviamo come esso si espande e contrae leggermente con ogni inspirazione ed espirazione. Quindi prendiamo consapevolezza dell’intero campo energetico del corpo. Non dobbiamo pensarci, ma sentirlo.

    Quando possiamo percepire chiaramente il corpo interiore come singolo campo di energia, lasciamo cadere ogni immagine mentale che possiamo ancora avere del corpo fisico. Tutto ciò che rimane allora è un senso onnicomprensivo di presenza o “essenza” e il corpo interiore sembra non avere confine. Dobbiamo entrare in unione con questo, fonderci con il campo energetico, in modo che non vi sia più percezione di dualità fra osservatore e osservato, fra noi e il nostro corpo.

    Adesso si dissolve anche la distinzione fra interiore ed esteriore, per cui non vi è più alcun corpo interiore. Entrando in profondità nel corpo, abbiamo trasceso il corpo. Rimaniamo in questo regno di puro Essere fintanto che ci appare confortevole, poi riprendiamo consapevolezza del corpo materiale, del nostro respiro e dei sensi fisici, e apriamo gli occhi. Guardiamo per qualche minuto l’ambiente circostante in modo meditativo (vale a dire senza applicarvi etichette mentali) e continuiamo, così facendo, a percepire il corpo interiore.

    Avere accesso a questo regno informe è davvero liberatorio. Ci libera dalla schiavitù della forma e dell’identificazione con la forma. È la vita nel suo stato indifferenziato precedente alla sua frammentazione nella molteplicità. Possiamo chiamarlo NON MANIFESTATO, Fonte invisibile di tutte le cose.

    È un regno di profonda quiete e pace, ma anche di gioia e intensa vitalità. Quando siamo presenti diventiamo “trasparenti” in qualche misura alla luce, alla consapevolezza pura che promana da questa Fonte. Ci rendiamo conto inoltre che la luce non è separata da ciò che siamo ma costituisce la nostra vera essenza.

     

    IL NON MANIFESTATO è ciò che in Oriente è chiamato “ki”, una sorta di energia vitale universale?

     

    No, il Non Manifestato è la fonte del ki. Il ki è il campo energetico interiore del corpo. È il ponte fra il noi esteriore e la Fonte. Si trova a metà strada fra il manifestato, il mondo della forma, e il Non Manifestato. Il ki può essere paragonato a un fiume o a un flusso di energia. Se trasferiamo il fulcro della nostra consapevolezza in profondità nel corpo interiore, risaliamo il corso di questo fiume fino alla sua Fonte. Il ki è movimento; il Non Manifestato è quiete. Quando raggiungiamo un punto di quiete assoluta, che nondimeno è vibrante di vita, siamo andati al di là del corpo interiore e del ki fino alla Fonte stessa: il Non Manifestato. Il ki è il legame fra il Non Manifestato e l’universo fisico.

    Pertanto se spostiamo la nostra attenzione in profondità nel corpo interiore, possiamo raggiungere questo punto, questa singolarità, in cui il mondo si dissolve nel Non Manifestato e il Non Manifestato assume una forma come flusso energetico del ki, che allora diventa il mondo. Questo è il punto della nascita e della morte. Quando la nostra consapevolezza è diretta verso l’esterno, nascono la mente e il mondo. Quando è diretta verso l’interno, realizza la propria Fonte e ritorna a dimorare nel Non Manifestato. Poi, quando la nostra consapevolezza ritorna al mondo manifestato, noi riassumiamo l’identità di forma che avevamo temporaneamente abbandonato. Abbiamo un nome, un passato, una situazione di vita, un futuro. Ma per un aspetto essenziale non siamo più le stesse persone di prima: avremo intravisto dentro di noi una realtà che non è “di questo mondo”, anche se non è separata da questo, così come non è separata da noi.

    Ora la nostra pratica spirituale dovrebbe essere questa: nell’affrontare la nostra vita, non dedichiamo il 100 per cento della nostra attenzione al mondo esterno e alla nostra mente. Teniamone un po’ per il mondo interiore. Ne ho già parlato. Cerchiamo di percepire il corpo interiore anche quando siamo impegnati in attività quotidiane, specialmente nei rapporti umani o quando entriamo in contatto con la natura. Percepiamola quiete in profondità dentro il corpo interiore. Teniamo aperto l’ingresso. È del tutto possibile essere consapevoli del Non Manifestato in tutta la vita. Lo percepiamo come un profondo senso di pace da qualche parte in sottofondo, una quiete che non ci abbandona mai, qualunque cosa succeda qui fuori. Noi diventiamo un ponte fra il Non Manifestato e il manifestato, fra Dio e il mondo. Questo è lo stato di sintonia con la Fonte che chiamiamo “illuminazione”.

    Non bisogna ricavarne l’impressione che il Non Manifestato sia separato dal manifestato. Come potrebbe? È la vita entro ogni forma, l’essenza interiore di tutto ciò che esiste. Permea questo mondo. Ora cerco di spiegarlo.

     

    SONNO SENZA SOGNI

     

    Noi facciamo un viaggio nel Non Manifestato ogni notte quando entriamo nella fase di sonno profondo senza sogni. Ci uniamo alla Fonte. Ne traiamo l’energia vitale che ci sostiene per un certo tempo quando ritorniamo nel manifestato, nel mondo delle forme separate. Questa energia è molto più vitale del cibo: “L’uomo non vive di solo pane”. Ma nel sonno senza sogni non vi entriamo consapevolmente. Anche se le funzioni corporee continuano a operare, “noi” non esistiamo più in tale stato. Possiamo immaginare come sarebbe l’entrare in un sonno senza sogni con piena consapevolezza? È impossibile immaginarlo, perché questo stato non ha alcun contenuto.

    Il Non Manifestato non ci libera finché non vi entriamo consapevolmente. Ecco perché Gesù non ha detto: la verità vi renderà liberi, ma piuttosto: “Conoscerete la verità, e la verità vi renderà liberi”. Non è una verità concettuale. È la verità della vita eterna al di là della forma, che viene conosciuta direttamente oppure non viene conosciuta affatto. Ma non cerchiamo di rimanere consapevoli nel sonno senza sogni. É altamente improbabile che ci riusciamo. Al massimo possiamo rimanere consapevoli durante la fase onirica, ma non oltre. Questo è chiamato “sogno lucido”, che può essere interessante e affascinante, ma non è liberatorio.

    Cerchiamo pertanto di utilizzare il nostro corpo interiore come ingresso attraverso cui entrare nel Non Manifestato, e manteniamo tale ingresso aperto in modo da rimanere in sintonia con la Fonte in ogni momento. Non fa differenza, per ciò che riguarda il corpo interiore, se il nostro corpo fisico esteriore sia vecchio o giovane, fragile o forte. Il corpo interiore è senza tempo.

    Se non siamo ancora in grado di percepire il corpo interiore, utilizziamo uno degli altri ingressi, anche se in definitiva sono tutti un unico ingresso. Di alcuni ho già parlato diffusamente, ma li riassumo di nuovo qui.

     

    ALTRI INGRESSI

    L’ADESSO

    L’adesso può essere considerato l’ingresso principale. È un aspetto essenziale di ogni altro ingresso, compreso il corpo interiore. Noi non possiamo essere nel nostro corpo senza essere intensamente presenti nell’adesso.

    Il tempo e il manifestato sono inestricabilmente legati quanto lo sono l’adesso senza tempo e il Non Manifestato. Quando dissolviamo il tempo psicologico attraverso un’intensa consapevolezza del momento presente, diventiamo consapevoli del Non Manifestato sia direttamente sia indirettamente. Direttamente, lo percepiamo come radiosità e potenza della nostra presenza consapevole: niente contenuto, soltanto presenza. Indirettamente, siamo consapevoli del Non Manifestato entro e attraverso il regno sensoriale. In altri termini, percepiamo l’essenza divina in ogni creatura, ogni fiore, ogni pietra, e capiamo: “Tutto ciò che esiste è sacro”. Ecco perché Gesù, parlando completamente dalla sua essenza o identità di Cristo, dice nel Vangelo di Tommaso: “Rompi un pezzo di legno; io sono lì. Solleva una pietra, e mi troverai lì”.

     

    LA CESSAZIONE DEL PENSIERO

    Un altro ingresso nel Non Manifestato è creato attraverso la cessazione del pensiero. Può cominciare con una cosa semplicissima, come respirare consapevolmente o guardare un fiore in uno stato di intensa vigilanza, in modo che non vi sia un commento mentale in corso allo stesso tempo. Vi sono molti modi per creare un intervallo nel flusso incessante di pensiero. È questo lo scopo della meditazione. Il pensiero fa parte del regno del manifestato. L’attività mentale continua ci mantiene prigionieri nel mondo della forma e diventa uno schermo opaco che ci impedisce di diventare consapevoli del Non Manifestato, consapevoli dell’essenza divina senza forma e senza tempo dentro di noi e dentro ogni cosa e ogni creatura. Quando siamo intensamente presenti, non abbiamo bisogno di preoccuparci della cessazione del pensiero, è ovvio, perché la mente si ferma automaticamente. Ecco perché ho detto che l’adesso è un aspetto essenziale di ogni altro ingresso.

     

    L’ABBANDONO

    L’abbandono (il lasciar perdere ogni resistenza mentale‑emotiva a ciò che esiste) a sua volta diventa un ingresso nel Non Manifestato. Il motivo è semplice: la resistenza interiore ci taglia fuori dagli altri, da noi stessi, dal mondo che ci circonda. Rafforza il senso di separatezza da cui dipende l’io per la propria sopravvivenza. Più forte è il senso di separatezza, più siamo legati al manifestato, al mondo delle forme separate. Più siamo legati al mondo della forma, più solida e impenetrabile diventa la nostra identità di forma. L’ingresso è chiuso e noi siamo tagliati fuori dalla dimensione interiore, dalla dimensione della profondità.

    Nello stato di abbandono, la nostra identità di forma si ammorbidisce e diventa piuttosto “trasparente”, per così dire, per cui il Non Manifestato può rifulgere attraverso noi.

    Sta a noi aprire nella nostra vita un ingresso che ci dia accesso consapevole al NON MANIFESTATO.

    1. Entrare in contatto con il campo energetico del corpo interiore
    2. Essere intensamente presenti (vivere l’adesso)
    3. Disidentificarci dalla mente (cessazione del pensiero)
    4. Abbandonarci a ciò che esiste

    sono tutti ingressi che possiamo usare, ma ci basta usarne uno.

     

    Sicuramente l’amore sarà uno di questi ingressi?

     

    No. Non appena uno degli ingressi è aperto, l’amore è presente in noi come “comprensione intuitiva” dell’uno. L’amore non è un ingresso; è ciò che passa attraverso l’ingresso verso questo mondo. Fintanto che siamo completamente intrappolati nella nostra identità di forma, non vi può essere amore. Il nostro compito non è cercare l’amore ma trovare un ingresso attraverso cui l’amore possa entrare.

     

    Vi sono altri ingressi a parte quelli che hai appena menzionato?

     

    Sì. Il Non Manifestato non è separato dal manifestato. Permea questo mondo, ma è così ben mascherato che quasi nessuno se ne accorge. Se sappiamo dove guardare, lo troveremo dappertutto. Un ingresso si apre in ogni momento.

    SILENZIO

    Abbiamo sentito quel cane che abbaiava in lontananza? O quell’automobile che passava? Ascoltiamo attentamente. Avvertiamo in questo la presenza del Non Manifestato? No? Cerchiamolo nel silenzio da cui provengono e a cui ritornano i suoni. Prestiamo più attenzione al silenzio che ai suoni. Prestare attenzione al silenzio esteriore crea silenzio interiore: la mente diventa tranquilla. Un ingresso si sta aprendo.

    Ogni suono nasce dal silenzio, muore nel silenzio, e durante la sua vita è circondato dal silenzio. Il silenzio consente al suono di esistere. È una parte intrinseca ma non manifestata di ogni suono, ogni nota musicale, ogni canzone, ogni parola. Il Non Manifestato è presente in questo mondo come silenzio. Ecco perché è stato detto che niente in questo mondo è così simile a Dio come il silenzio. Tutto ciò che dobbiamo fare è prestarvi attenzione. Anche durante una conversazione, cerchiamo di essere consapevoli degli intervalli fra le parole, dei brevi intervalli silenziosi tra le frasi. Così facendo, dentro di noi cresce la dimensione della quiete. Non possiamo prestare attenzione al silenzio senza contemporaneamente diventare tranquilli dentro di noi. Silenzio fuori, quiete dentro. Siamo entrati nel Non Manifestato.

     

    SPAZIO

    Proprio come non può esistere alcun suono senza il silenzio, niente può esistere senza il nulla, senza lo spazio vuoto che gli consenta di esistere. Ogni oggetto o corpo fisico è venuto dal nulla, è circondato dal nulla e prima o poi ritornerà nel nulla. Non solo, ma perfino dentro ogni corpo fisico vi è molto più “nulla” che “qualcosa”. I fisici ci dicono che la solidità della materia è un’illusione. Perfino la materia apparentemente solida, compreso il nostro corpo fisico, è quasi al 100 per cento spazio vuoto, tanto vaste sono le distanze fra gli atomi in confronto alle loro dimensioni.

    Per di più, perfino dentro ciascun atomo vi è in gran parte spazio vuoto. Ciò che rimane è più una frequenza di vibrazione che particelle di materia solida, più simile a una nota musicale. I buddisti lo sanno da oltre 2500 anni. “La forma è vuoto, il vuoto è forma” afferma il Sutra del cuore, uno dei più noti testi buddisti antichi. L’essenza di tutte le cose è il vuoto.

    Il Non Manifestato non è presente in questo mondo soltanto come silenzio; permea anche l’intero universo fisico come spazio, interiore ed esteriore. Anche di questo è facile non accorgersi, come del silenzio. Ognuno presta attenzione alle cose nello spazio, ma chi presta attenzione allo spazio in sé?

     

    Sembri voler dire che il “vuoto” o il “nulla” non siano soltanto nulla, che vi sia qualche qualità misteriosa. Che cos’è questo nulla?

     

    Non puoi fare una domanda così. La tua mente sta cercando di fare del nulla un qualcosa. Nel momento in cui ne facciamo un qualcosa, l’abbiamo perso. Il nulla (lo spazio) è la comparsa del Non Manifestato come fenomeno esteriorizzato in un mondo percepito dai sensi. È più o meno tutto quello che posso dire, e anche questo è una sorta di paradosso. Non può diventare oggetto di conoscenza. Non possiamo conseguire un dottorato di ricerca sul “nulla”.

    Quando gli scienziati studiano lo spazio, di solito ne fanno un qualcosa e pertanto si perdono completamente la sua essenza. Non sorprende che la più recente teoria dica che lo spazio non sia affatto vuoto, che sia pieno di qualche sostanza. Una volta che abbiamo una teoria, non è troppo difficile trovare prove per corroborarla, almeno finché non compare qualche altra teoria. Il “nulla” può diventare un ingresso nel Non Manifestato soltanto se non cerchiamo di afferrarlo o capirlo.

    Non è proprio quello che stiamo facendo qui?

    Niente affatto. lo fornisco delle indicazioni per mostrare come portare nella nostra vita la dimensione del Non Manifestato. Non stiamo cercando di capirlo. Non vi è niente da capire.

  • INTERROGANTE: Sono qui per starvi accanto, più che per ascoltarvi. Poco si può dire con le parole, molto di più è trasmesso col silenzio.

    MAHARAJ NISARGADATTA : Prima le parole, poi il silenzio. Bisogna essere maturi per il silenzio.

    I.: Posso vivere in silenzio?

    M.: L’azione disinteressata porta al silenzio, perché quando agisci senza interesse, non hai bisogno di chiedere aiuto. Indifferente ai risultati, vuoi operare coi mezzi più adeguati. Non t’importa di essere particolarmente dotato, e di disporre dei migliori strumenti. Non cerchi riconoscimenti né sostegni. Fai semplicemente ciò che occorre fare, lasciando il successo o la sconfitta all’ignoto. Tutto ha innumerevoli cause, e il tuo impegno personale è solo una di esse. Eppure, questa è la magia della mente e del cuore dell’uomo: che il più improbabile accade quando la volontà e l’amore spingono di concerto.

    I.: Che c’è di sbagliato nel chiedere aiuto quando l’impresa lo merita?

    M.: Perché chiedere? Non fa che rivelare debolezza e preoccupazione. Mettiti tu all’opera, e l’universo opererà insieme a te. D’altronde l’idea stessa di fare la cosa giusta ti viene dall’ignoto. Perciò, lascia all’ignoto di badare ai risultati, tu fa’ soltanto i movimenti necessari. Nella lunga catena di causa-effetto, non sei che uno degli anelli. Fondamentalmente, tutto accade nella mente. Quando ti adoperi per qualcosa fermamente e con tutto il cuore, senza fallo accade, perché la funzione della mente è proprio quella di far accadere le cose. In realtà, nulla manca e nulla occorre, ogni operare è solo in superficie, in profondità c’è una pace perfetta. I tuoi problemi nascono dal fatto che ti sei definito e perciò limitato. Quando smetti di crederti “questo” o “quello”, ogni conflitto cessa. Qualsiasi tentativo di risolvere i tuoi problemi è destinato a fallire, perché ciò che è provocato dal desiderio può essere disfatto solo dalla libertà dal desiderio. Ti sei confinato nello spazio e nel tempo, compresso nella spanna di una vita e nel volume di un corpo, suscitando i conflitti della vita e della morte, del piacere e del dolore, della speranza e della paura. Non puoi sbarazzarti dei problemi, senza prima abbandonare le illusioni.

    I.: La persona è necessariamente limitata.

    M.: Non c’è la persona, solo restrizioni e limiti. La loro somma definisce la persona. Ritieni di conoscerti quando sai che cosa sei. Ma chi sei non lo saprai mai. La persona sembra essere, come lo spazio nella pentola sembra avere la forma, il volume e l’odore della pentola. Impara a vedere che non sei quello che credi, e lotta strenuamente contro l’idea di essere nominabile e descrivibile.

    I.: L’attività è l’anima del reale. Non c’è virtù nell’inazione. Oltre a pensare, bisogna fare qualcosa.

    M.: Agire nel mondo è difficile, astenersi dall’azione superflua è anche più difficile.

    I.: La persona che sono, stenta a crederlo.

    M.: Che cosa sai di te stesso? Puoi solo essere ciò che realmente sei; ciò che non sei, puoi solo sembrare di esserlo. Non ti sei mai allontanato dalla perfezione. Ogni idea di migliorarti è convenzionale e a parole. Come il sole non conosce tenebra, così il sé ignora il non-sé. È la mente, che, conoscendo l’altro, diventa l’altro. Tuttavia la mente non è se non il sé. Il resto è presunto. Come una nuvola oscura il sole senza influenzarlo in alcun modo, così la presunzione ottenebra la realtà senza distruggerla. L’idea stessa di distruzione della realtà è ridicola: il distruttore è sempre più reale del distrutto. La realtà è l’ultimo distruttore. Ogni separazione, ogni sorta di straniamento e alienazione è falsa: Tutto è uno: questa è l’ultima soluzione di ogni conflitto.

    I.: Com’è possibile che nonostante tanti sussidi non progrediamo?

    M.: Finché ci immaginiamo come persone separate, non possiamo afferrare la realtà, che è essenzialmente impersonale. Prima dobbiamo conoscerci come semplici testimoni, come centri di osservazione senza spazio e senza tempo, e solo allora scopriremo l’oceano di pura consapevolezza, che è la mente, la materia e al di là.

    I.: Comunque io sia realmente, la mia sensazione è di essere solo una piccola persona separata, fra tante.

    M.: L’illusione dello spazio e del tempo te lo fa credere. Immagini di trovarti in un certo punto del tempo e di occupare un dato spazio; la tua personalità si regge sulla tua identificazione con il corpo. I pensieri e i sentimenti si susseguono in te, calibrati nel tempo e ti fanno credere, grazie alla memoria, che sei durevole. In realtà sono il tempo e lo spazio a esistere in te, e non tu in essi. Sono modi della percezione, ma non i soli. Sono come parole scritte sul foglio: il foglio è reale; le parole, una pura convenzione.

    Quanti anni hai?

    I.: Quarantotto.

    M.: Che cosa ti fa dire quel numero, o affermare: “sono qui”? Abitudini verbali basate su supposizioni. La mente crea il tempo e lo spazio, e li suppone reali. Invece, è tutto qui, ora, anche se non lo vediamo. Davvero, tutto è in me e grazie a me. Non c’è altro. L’idea stessa di “altro” è disastrosa e infelice.

    I.: Qual è la causa della personificazione, e di questo limitarci nel tempo e nello spazio?

    M.: Ciò che non esiste, non può avere una causa. Non esiste una persona separata. Anche dal punto di vista empirico è ovvio che tutto è la causa di tutto, che tutto è com’è, perché l’universo è com’è.

    I.: Tuttavia la personalità deve avere una causa.

    M.: Esaminiamo che cosa la fa affiorare: indubbiamente la memoria, che identifica il presente col passato e lo proietta nel futuro. Prova a pensarti istantaneo, privo di passato e futuro, e la tua personalità sarà dissolta.

    I.: Non rimane l'”io sono”?

    M.: La parola “rimane” non va bene. “Io sono” è sempre fresco. Non hai bisogno di ricordare per essere. In realtà, prima di qualsiasi esperienza, devi avere il senso di essere. Attualmente il tuo essere è mischiato all’insieme delle esperienze. Perciò devi liberarlo dal groviglio. Appena incontrerai l’essere che è puro, non “questo” né “quello”, lo distinguerai perfettamente dalle esperienze, e non sarai più ingannato dai nomi e dalle forme. L’autolimitazione è l’essenza della personalità.

    I.: Come divento universale?

    M.: Ma lo sei! Non devi né puoi diventare quello che già sei. Cessa solo d’immaginarti come un essere particolare. Ciò che va e viene, non ha un proprio essere. Il suo aspetto lo deve alla realtà. Sai che c’è il mondo, ma il mondo ti conosce? Ogni conoscenza proviene da te, come un amalgama di essere e gioia. Scopriti come la fonte eterna, e accetta tutto come tuo. Questa accettazione è vero amore.

    I.: Suona molto bello. Ma come trasformarlo in un modo di vita?

    M.: Non hai mai lasciato la casa, e t’informi come raggiungerla. Lìberati dalle idee sbagliate. Collezionarle non serve a niente. Smetti di immaginare. Tutto qui.

    I.: Non è una questione di conquista ma di comprensione.

    M.: Non cercare di capire! È sufficiente non fraintendere. Non affidarti alla mente per liberarti, perché essa ti ha reso schiavo. Trascendila in un colpo solo.

    Il senza-inizio non può avere una causa. Non è che sapevi chi eri e l’hai dimenticato. Se impari, non dimentichi. L’ignoranza non ha inizio, ma può finire. Indaga chi è che ignora e l’ignoranza, come un sogno, dileguerà. Il mondo è pieno di contraddizioni, di qui la tua ricerca di armonia e di pace. Non puoi trovarle nel mondo, perché il mondo è figlio del disordine. Per trovare l’ordine devi cercare dentro. Il mondo sorge solo da quando nasci in un corpo. Senza il corpo, non c’è mondo. Prima indaga se sei il corpo. La comprensione del mondo verrà in seguito.

    I.: Ciò che dite sembra convincente, ma che uso può farne la persona che sa di essere nel mondo e del mondo?

    M.: A milioni mangiano il pane, ma pochi sanno tutto sul grano. Tuttavia solo quelli che sanno, possono migliorare il pane. Allo stesso modo, solo i conoscitori del sé, coloro che hanno scrutato al di là del mondo, possono renderlo migliore. La loro funzione per l’umanità è immensa, perché sono l’unica speranza di salvezza. Ciò che è nel mondo, non può salvarlo; se davvero vuoi aiutare il mondo, devi starne fuori.

    I.: E come si fa?

    M.: Chi è nato prima, tu o il mondo? Finché assegni al mondo il primo posto, ne sei schiavo; non appena ti convinci che il mondo è in te, e non tu nel mondo, ne sei fuori. Ovviamente il tuo corpo resta nel mondo e del mondo, ma non ti inganna più. Tutte le Scritture affermano che prima che il mondo fosse, era il Creatore. Chi conosce il Creatore? Solo colui che era prima di Lui, il tuo vero essere, la fonte di tutti i mondi con i loro Creatori.

    I.: Questa tesi si regge sull’ipotesi che il mondo sia una vostra proiezione – e per mondo intendete quello trasmessovi dai sensi e dalla mente, soggettivo e personale -. In questo senso ognuno di noi vive in un mondo proiettato da sé. Questi singoli mondi, di rado in contatto tra loro, promanano e s’immergono nell'”io sono”, che è il loro centro. Ma dietro questi mondi privati deve esistere un mondo oggettivo, di cui essi sono mere ombre. Negate l’esistenza di questo mondo oggettivo?

    M.: La realtà non è né soggettiva né oggettiva, né mente né materia, né tempo né spazio. Sono divisioni che per manifestarsi dipendono dall’esistenza di qualcuno, di un centro autonomo di coscienza. Ma la realtà è tutto e nulla, la totalità e l’esclusione, la pienezza e il vuoto, assolutamente paradossale. Non puoi parlarne, ma solo perderti in essa. Quando neghi realtà a una cosa, giungi al residuo innegabile.

    Tutte le discussioni sulla conoscenza, sono un segno di ignoranza. È la mente, che immagina – prima – di non sapere e – poi – di conoscere. La realtà è estranea a tali contorsioni. Anche l’idea di un Creatore è falsa. Devo forse il mio essere a un altro? Poiché sono, tutto è.

    I.: In che modo? Un bambino viene al mondo; non è il mondo, che nasce nel bambino. Il mondo è vecchio; il bambino, nuovo.

    M.: Il bambino è nato nel tuo mondo. E dimmi: sei nato nel tuo mondo, o il tuo mondo è apparso a te? Nascere significa crearti attorno un mondo che abbia te al centro. Hai mai creato te stesso? O qualcuno ha forse creato te? Ognuno crea un mondo per sé e ci vive, prigioniero della sua ignoranza. Dobbiamo inderogabilmente negare realtà alla nostra prigione.

    I.: Come la veglia esiste nel sonno come un seme, così il mondo che il bambino crea alla sua nascita, certamente gli preesiste. Presso chi giace il seme?

    M.: Presso colui che è il testimone della nascita e della morte, ma che non nasce e non muore. Lui solo è il seme della creazione, e l’ultimo residuo. Non chiedere alla mente di confermare ciò che la oltrepassa; l’esperienza diretta è l’unica prova valida.

    Da Io sono Quello di Sri Nisargadatta Maharaj

  • Il cambiamento non è mai doloroso.
    Solo la resistenza al cambiamento lo è.
    (Buddha)


    Pratica quello che predichi.
    (Buddha)


    TU devi fare ciò che ti spetta:
    coloro che hanno raggiunto la meta
    possono solo mostrarti la Via.
    (Buddha)


    Il vostro compito non è di cercare l’amore
    ma semplicemente di cercare e trovare
    tutte quelle barriere che, dentro di voi,
    avete innalzato contro di esso.
    (Buddha)


    Ci sono solo due errori
    che si possono fare
    nel cammino verso il vero:
    non andare fino in fondo
    e non iniziare.
    (Buddha)


    Non credere in qualcosa semplicemente perché l’hai sentito.
    Non credere in qualsiasi cosa semplicemente perché se ne parla da parte di molti.
    Non credere in qualsiasi cosa semplicemente perché si trova scritto nei tuoi libri religiosi.
    Non credere in qualsiasi cosa soltanto per l’autorità dei tuoi insegnanti e degli anziani.
    Non credere nelle tradizioni perché sono state tramandate per molte generazioni.
    Ma dopo l’osservazione e l’analisi, quando scopri che qualcosa è d’accordo con la ragione e favorisce il bene e beneficio di tutti, allora accettala e vivi su di essa.
    (Buddha)


    Poiché tutto è un riflesso
    della nostra mente,
    tutto può essere cambiato
    dalla nostra mente.
    (Buddha)


    Uno dei suoi allievi ha chiesto a Buddha:
    “Sei tu il messia?”
    “No”, rispose Buddha.
    “Allora sei un guaritore?”
    “No”, rispose Buddha.
    “Allora sei un insegnante?” insistette lo studente.
    “No, io non sono un insegnante.”
    “Allora che cosa sei?” ha chiesto lo studente, esasperato.
    “IO SONO SVEGLIO “, rispose Buddha.


    Imparare e pensare sono come trovarsi fuori dalla porta;
    sedersi in meditazione è come entrare a casa propria ed essere in pace.
    (Buddha)


    Prima di cercare di correggere gli altri
    fa una cosa più difficile: correggi te stesso.
    (Buddha)


    Il segreto
    della salute fisica e mentale
    non sta nel lamentarsi del passato,
    né del preoccuparsi del futuro,
    ma nel vivere il momento presente
    con saggezza e serietà.
    La vita può avere luogo
    solo nel momento presente.
    Se lo perdiamo, perdiamo la vita.
    L’amore nel passato è solo memoria.
    Quello nel futuro è fantasia.
    qui e ora possiamo amare veramente.
    Quando ti prendi cura di questo momento,
    ti prendi cura di tutto il tempo.
    (Buddha)


    Perdi solo quello a cui ti aggrappi.
    (Buddha)


    Tu devi fare ciò che ti spetta:
    coloro che hanno raggiunto la meta
    possono solo mostrarti la Via.
    (Buddha)


    Vinci il collerico con l’assenza di collera;
    Vinci il malvagio con la bontà;
    Vinci l’avaro con la generosità;
    Vinci il bugiardo con la verità.
    (Buddha)

  • Quando ti definisci Indiano, Musulmano,
    Cristiano o Europeo o qualsiasi altra cosa,
    tu diventi violento.

    Ci arrivi da solo al perché?
    Perché ti stai separando dal resto dell’umanità.

    Quando ti definisci, in base ad un credo,
    una cultura, una nazionalità, una tradizione,
    quest’azione traspira violenza.

    Così un uomo che cerca di comprendere la violenza
    non dovrebbe appartenere a nessuna nazione, religione,
    schieramento politico o parte di un sistema.

    Egli dovrebbe comprendere che è parte
    del totale dell’umanità.
    (Jiddu Krishnamurti)


    La vera rivoluzione
    per raggiungere la libertà
    è quella interiore,
    qualsiasi rivoluzione esterna
    è una mera restaurazione
    della solita società
    che a nulla serve.

    La rivoluzione interiore
    va fatta da sé
    nessun maestro o guru
    può insegnarti come fare.
    (Jiddu Krishnamurti)


    Ciascuno cambi se stesso per cambiare il mondo.
    (Jiddu Krishnamurti)


    Non serve dare risposte,
    ma spronare gli uomini
    alla ricerca della verità.
    (Jiddu Krishnamurti)


    Il cambiamento nella società
    è di secondaria importanza,
    esso avverrà naturalmente
    quando voi, come esseri umani,
    produrrete questo cambiamento
    in voi stessi.
    (Jiddu Krishnamurti)


    Il cambiamento nella società
    è di secondaria importanza,
    esso avverrà naturalmente
    quando produrremo
    il cambiamento
    in noi stessi.


    Ognuno deve diventare luce per se stesso e per l’umanità.
    (Krishnamurti)


    Tu sei il mondo!
    Ciascuno cambi se stesso
    per cambiare il mondo.
    (Jiddu Krishnamurti)


    Quando la mente è rilassata e a suo agio,
    quando non va disperatamente
    a caccia di risposte o soluzioni,
    quando non fugge e non fa opposizione,
    solo allora può esservi rigenerazione.
    Allora la mente percepisce la verità,
    ed è la verità che ci rende liberi.
    Non gli sforzi per liberarci.
    (J. Krishnamurti)


    La più alta forma di intelligenza umana
    è la capacità di osservare senza giudicare.
    (Jiddu Krishnamurti)


    È bello essere soli.
    Essere soli non vuol dire essere soli.
    Significa che la mente non è influenzata
    e contaminata dalla società.
    (Jiddu Krishnamurti)


    Amici, non vi preoccupate di chi io sia; non lo saprete mai.
    Non voglio che accettiate nulla di ciò che dico.
    Non voglio nulla da nessuno di voi, non desidero la popolarità,
    non voglio la vostra adulazione, non voglio che mi seguiate.
    Dato che sono innamorato della vita, non voglio nulla.
    Queste cose non hanno molta importanza.

    ha importanza il fatto che voi obbedite
    e che permettete al vostro giudizio di essere pervertito dall’autorità.
    Il vostro giudizio, la vostra mente, il vostro affetto, la vostra vita,
    sono pervertiti da cose che non hanno valore
    e proprio in questo risiede il dolore.
    (J. Krishnamurti)


    Se non avete amore, qualunque cosa facciate,
    anche se correte dietro a tutti gli dei,
    se vi impegnate nell’attività sociale,
    se soccorrete i poveri, entrate in politica,
    scrivete libri e poesie,
    sarete sempre uomini morti.
    Senza amore, i vostri problemi
    non faranno che aumentare e moltiplicarsi all’infinito.
    Ma con l’amore, qualunque cosa facciate,
    non incontrerete rischi, non causerete conflitto.
    Perché l’amore è l’essenza della virtù.
    (Jiddu Krishnamurti)


    Possiamo fare cose straordinarie
    solamente quando c’è grande passione
    e grande energia,
    e solamente questa passione
    può generare un tipo di vita
    assolutamente diverso dentro noi stessi
    e nel mondo.
    (Krishnamurti)

  • Il mondo ha sempre più bisogno di meditatori, perché ogni persona che medita diventa come una luna: trasforma l’energia violenta del mondo in un quieto lago di energia.
    (Osho)


    Io ti dico che il male non esiste
    e che al mondo non esistono le forze del male.
    Ci sono solo persone consapevoli
    e persone profondamente addormentate,
    e il sonno non ha alcuna forza.
    Tutta l´energia è nelle mani delle persone risvegliate.
    Una persona risvegliata può risvegliare il mondo intero.
    Una candela accesa può accendere milioni di candele
    senza perdere la sua luce.
    Osho


    Lo Zen afferma che la verità non ha nulla a che vedere con un’autorità,
    la verità non ha nulla a che vedere con la tradizione, con il passato –
    la verità è una realizzazione radicale e del tutto personale.
    Ci devi arrivare da solo.
    (osho)


    Amore e consapevolezza
    sono la forma di polarità più elevata,
    laddove accade la trascendenza.
    L’amore ti rende reale, ti dà sostanza, integrità.
    L’amore ti rende centrato.
    Ma é solo metà del viaggio:
    l’altra metà dev’essere completata con la consapevolezza.
    L’amore é la parte iniziale e la consapevolezza é la parte finale,
    all’interno di queste due sponde si consegue Dio.
    Tra amore e consapevolezza scorre il fiume dell’essere.
    (osho)


    Ogni volta che ci attacchiamo a qualcuno o a qualcosa,
    in un modo o nell’altro evitiamo di guardare noi stessi.
    Di fatto, il bisogno di attaccarsi a qualcuno o a qualcosa
    è un trucco per sfuggire a se stessi.
    E più l’altro diventa importante per noi,
    più lo consideriamo il centro della nostra vita,
    più noi ci emarginiamo alla periferia.
    Per tutta la vita continuiamo a rimanere centrati sull’altro.
    In questo modo il tuo Sè non diventerà mai il tuo centro.
    (Osho)


    Ricorda, questo dolore non ha lo scopo di intristirti.
    È qui che la gente manca sempre il punto…
    Questo dolore serve solo a renderti più attento
    e questo perché le persone diventano più attente
    solo quando la freccia penetra profondamente nel loro cuore e le ferisce.
    Altrimenti non stanno mai all’erta, non sono attente.
    Quando la vita è facile, comoda, senza problemi, chi se ne preoccupa?
    Chi si cura di essere attento? Quando un amico muore, esiste una possibilità.
    Quando la tua donna ti lascia – in quelle notti buie, ti senti solo.
    Hai amato moltissimo quella donna e hai messo in gioco ogni cosa
    e ora all’improvviso se n’è andata. Quando piangi, nella tua solitudine,
    quelle sono le occasioni in cui, se le usi, puoi diventare consapevole.
    La freccia fa male: può essere utilizzata. Il dolore non ha la funzione di renderti infelice,
    serve a renderti più consapevole! E quando sei consapevole, ogni infelicità scompare.
    (Osho)


    Prova a sperimentare un po’ questo metodo:
    siediti semplicemente sotto un albero, da solo
    e innamorati di te stesso per la prima volta.
    Dimentica il mondo, sii semplicemente in amore con te stesso.
    In realtà la ricerca spirituale è un ricercare l’innamoramento di sé.
    Il mondo è un viaggio in cui ci si innamora degli altri,
    la spiritualità è un viaggio in cui ci innamora di se stessi.
    (Osho)


    Non diventare cristiano.
    Se vuoi diventare qualcosa,
    sii un Cristo.
    Non diventare buddista.
    Se vuoi diventare una qualcosa,
    sii un Buddha.
    (Osho)


    L’amore è il volo della tua consapevolezza
    verso realtà più elevate, al di là del corpo e della materia.
    (Osho)


    Ricorda:
    l’opposto dell’amore non è l’odio,
    ma è la paura.
    L’odio è amore a testa in giù,
    non è l’opposto dell’amore.
    Il vero opposto dell’amore è la paura.

    Quando ami ti espandi;
    quando hai paura ti rattrappisci.
    Quando hai paura ti chiudi;
    quando ami ti apri.
    Quando hai paura ti assalgono i dubbi;
    quando ami hai fiducia.
    (Osho)


    La tua assenza, è la presenza di Dio.
    (Osho)


    La vita deve essere una ricerca,
    non un desiderio.
    Non un ambizione
    a diventare questo o quello, il presidente
    o il primo ministro di una nazione,
    ma una ricerca per scoprire “chi sono”.

    Diventare è la malattia dell’anima
    La vita diventa più ricca
    quando l’amore e l’amicizia crescono.
    Se diventi più sensibile,
    la vita diventa più grande.
    Non è più uno stagno diventa un oceano.
    Non è limitata a te, tua moglie e i tuoi bambini,
    non è affatto limitata.
    Quest’intera esistenza diventa la tua famiglia
    e solo se lo diventa avrai conosciuto la vita;
    poiché nessun uomo è un’isola,
    noi siamo tutti interconnessi.
    (Osho – La via del cuore)


    Un uomo che conosce se stesso
    non è mai disturbato
    da quello che la gente pensa di lui.
    È l’uomo che non conosce se stesso
    che è sempre preoccupato
    dell’opinione che gli altri hanno di lui.
    Tutta la conoscenza di sé
    è soltanto uno schedario
    in cui ha raccolto tutte le opinioni della gente.
    Tutta l’identità, l’immagine che hai di te stesso
    è creata dagli altri.
    Ma la gente cambia sempre opinione su di te,
    secondo come tira il vento,
    così tu sarai sempre in ansia,
    in balia delle idee degli altri.
    (Osho)


    Io ti insegno la ribellione!
    Emergi dalle masse.
    Ergiti solo, come un leone
    e vivi la tua vita
    secondo la tua stessa luce.
    (Osho)


    Non torturarti mai per nessuna ragione, di qualunque cosa si tratti.
    La gente si è torturata fin troppo. Io insegno la felicità non la tortura.
    Se a volte senti che qualcosa si trasforma in un peso e ti ostacola il cammino,
    è meglio cambiare strada. E dovrai cambiarla parecchie volte.
    E un po’ alla volta arriverai al punto in cui non è più necessario alcun cambiamento.
    Allora qualcosa ti si adatterà a perfezione: non solo alla tua mente e al corpo,
    ma anche alla tua anima.
    (Osho)


    Come prima cosa medita, sii estatico,
    in seguito sorgerà spontaneamente un amore straripante.
    A quel punto essere con gli altri è bello
    ed è altrettanto bello essere soli
    e in quel caso è anche semplice:
    tu non dipendi dagli altri
    e non rendi gli altri
    dipendenti da te.
    (Osho)


    Condividi la tua positività, condividi la tua luce, condividi tutto ciò che hai.
    E quando dai, non curarti se coloro a cui dai ti rispondono o no. Non aspettarti un “grazie”.
    Sii grato a chi ti ha permesso di condividere qualcosa con lui! Non viceversa.
    (Osho)