
I 7 PASSI EVOLUTIVI
UNA GUIDA PRATICA PER LA TUA EVOLUZIONE
I 7 PASSI EVOLUTIVI sono una guida pratica per accompagnarti nel tuo cammino di crescita personale.
Nei 7 PASSI EVOLUTIVI ho raccolto gli insegnamenti ricevuti in oltre vent’anni di ricerca personale e professionale.
Attraverso questo percorso imparerai a:
Riconoscere i messaggi del corpo e comunicare le tue emozioni.
Gestire meglio le relazioni
Purificare il corpo e sciogliere i blocchi emozionali
Ritrovare maggiore pace e serenità interiore
Questi insegnamenti derivano da vari metodi e filosofie, tra cui il Counseling umanistico, le Costellazioni familiari, lo Sciamanesimo e le Filosofie orientali.
1° PASSO
CONSAPEVOLEZZASaper riconoscere le nostre emozioni primarie e i messaggi del corpo
2° PASSO
AUTENTICITÀSaper comunicare le nostre emozioni e seguire il nostro scopo di vita
3° PASSO
RESPONSABILITTÀAssumerci la responsabilità della nostra vita e delle nostre relazioni
4° Passo
l’INTEGRAZIONESanare il corpo e lo spirito attraverso le pratiche di purificazione
5° Passo
PRESENZAIniziare a vivere sempre più nel “Qui ed Ora” e nell’accettazione
6° Passo
PERDONORiconoscere le leggi universali e il senso profondo della vita
7° Passo
AMOREMuoversi verso il risveglio e l’Amore incondizionato
Parti dal 1° PASSO e leggi gli insegnamenti seguendo l’ordine numerico.
Ogni PASSO è studiato per prepararti a quello successivo e facilitarti la comprensione degli argomenti.
Se hai bisogno di supporto contattami per una consulenza.
Se stai già facendo il percorso di REBIRTHING EVOLUTIVO, per qualsiasi domanda scrivimi o mandami un vocale su WhatsApp e ti risponderò personalmente.

NB: Puoi anche scaricare il PDF (cliccando sotto lo sfogliabile) per leggerlo in cartaceo.
1° Passo
CONSAPEVOLEZZA
Saper riconoscere le nostre emozioni primarie e i messaggi del corpo
Cari amici,
ognuno di noi vuole essere felice, vuole trovare pace e serenità ma spesso in questa ricerca ci perdiamo nel mondo, dimenticando che quella felicità è dentro di noi, in uno spazio che ancora non conosciamo.
Questo percorso sui 7 PASSI EVOLUTIVI, nasce per aiutarci a ritrovare quello spazio interiore ed è un metodo che unisce i principi del counseling, della psicologia umanistica, delle costellazioni familiari, dello sciamanesimo e delle filosofie orientali.
Sono gli insegnamenti che ho ricevuto nella vita e che ho integrato nel mio lavoro con il REBIRTHING EVOLUTIVO e ora desidero condividerli con voi per accompagnare chi lo vorrà, nel proprio cammino di crescita ed evoluzione.
Attraverso questi insegnamenti possiamo diventare persone più serene, più equilibrate e ritrovare quella pace e quell’amore che sono nascosti dentro di noi. Il cammino è diviso in 7 PASSI per rendere più semplice e graduale la comprensione di tanti metodi e filosofie diverse, leggeteli in ordine e utilizzate ciò che è più utile per voi.
Buon cammino
Cristiano
Prima di iniziare, dobbiamo chiarire due termini a cui farò spesso riferimento, che sono l’IO e il SÉ. Per adesso diciamo che in questo percorso, con la parola “IO” intendiamo la nostra personalità, la nostra “identità” o “identificazione”.

L’IO viene spesso chiamato anche EGO ma questo è un termine che uso di meno perché generalmente viene utilizzato con un senso negativo, mentre come scopriremo l’IO, sebbene sia un’identità superficiale è una parte fondamentale per l’evoluzione dell’essere umano.

Il SÉ può essere considerato come la nostra anima, la connessione con il divino o il divino che è in noi. Utilizzando la visione “buddista”, il SÉ è quella parte “addormentata” dentro di noi e l’obiettivo di questo percorso, è quello di aiutarci a risvegliarla. Affinché possa avvenire il risveglio del SÉ è necessario che l’IO sia equilibrato e sano.
Una personalità, un IO insicuro e dipendente, oppure troppo aggressivo o giudicante, tenderà a rallentare o bloccare il nostro percorso di risveglio. In questi casi tenderemo a ripetere le nostre dinamiche di vita, spesso dolorose o distruttive.
Iniziamo il 1° PASSO della CONSAPEVOLEZZA riconoscendo l’intelligenza emotiva del nostro corpo.
Ogni volta che soffochiamo o non esprimiamo un’emozione negativa, questa si scarica sul corpo sotto forma di SOMATIZZAZIONE. Possiamo quindi dire che il corpo ci parla attraverso il SINTOMO.
Il senso di ogni malattia e anche gli insegnamenti che si possono trarre da essa si perdono quando neghiamo l’importanza delle nostre emozioni e dei nostri pensieri nel processo di guarigione e malattia.
Ci è stato insegnato che ci possiamo ammalare senza un apparente motivo e in modo imprevedibile e questo crea in noi una profonda paura. Se curiamo ogni sintomo senza cercare di comprenderne anche il significato emotivo non potremo diventare persone pienamente consapevoli di ciò che proviamo o desideriamo, assumendoci così la responsabilità del cambiamento.
ATTENZIONE: Questo non significa non curare le malattie, ma semplicemente diventare più consapevoli dei messaggi del corpo e riconoscere quando il sintomo è la manifestazione di un blocco emozionale, ossia un’emozione negativa non riconosciuta o non espressa.

Il CORPO comunica le emozioni e i bisogni a cui non diamo voce, imparare ad ascoltarlo richiede tempo e lavoro interiore. Per diventare persone più CONSAPEVOLI dobbiamo iniziare a vedere la malattia come la manifestazione di un blocco emozionale, ossia un’emozione negativa non riconosciuta o non espressa. Per capire meglio questo concetto possiamo utilizzare lo schema dei livelli delle somatizzazioni qui a lato. Vi ricordo che ogni schema che vi presento serve a darvi un riferimento e va sempre adattato alla situazione individuale, non va quindi preso in maniera rigida o assoluta. Nell’immagine possiamo vedere che il primo livello delle somatizzazioni è sempre emozionale, è da lì che partono i sintomi ed è lì che dobbiamo tornare per comprendere la causa del sintomo. In questo primo livello una delle 3 emozioni negative di rabbia, paura e sofferenza viene soffocata o trattenuta.
Quando blocchiamo un’emozione dentro di noi dal 1° livello emozionale passiamo al 2° livello che è quello energetico, in quanto noi siamo fatti di energia che fluisce in tutto il corpo attraverso canali specifici, se blocchiamo un’emozione si crea un blocco anche in quel flusso energetico.
Se vi è un blocco a livello emozionale e a livello energetico si arriva al 3° livello che è quello fisico e cominciamo ad avvertire i primi effetti sul corpo. Generalmente i primi sintomi sono quelli dell’ansia che può diventare panico ma in realtà possiamo sviluppare infinite somatizzazioni tante quante sono le personalità dell’uomo, dal calo delle difese immunitarie a tensioni e infiammazioni in ogni parte del corpo, da disturbi gastrointestinali a problemi dermatologici fino a sviluppare ogni tipo patologia.
Quando siamo emotivamente ed energeticamente molto bloccati le somatizzazioni possono arrivare al 4° livello che è quello mentale. In questa fase psicosomatica si possono generare disturbi ossessivi compulsivi, disturbi alimentari, insonnia, emicrania, stati depressivi fino a vere e proprie patologie psichiatriche.
NB: Questo schema non serve a fare una diagnosi medica ma a comprendere la malattia da un punto di vista “olistico”. Le somatizzazioni possono essere molto lente o velocissime ma in ogni caso vanno sempre “dal basso verso l’alto” dal 1° livello emotivo in su, ed è nostro compito ripercorrere il cammino inverso per riconoscere e dare voce a quell’emozione che abbiamo soffocato o non espresso.
Domande che possiamo farci per riconoscere il SIGNIFICATO DI UN SINTOMO:
- Perché il nostro sintomo ha avuto inizio proprio in questo momento?
- In quale situazione non si manifesta?
- Che cosa potrebbe guarirlo?
- Qual è la cosa peggiore che mi potrebbe accadere a causa di questo sintomo?
- Qual è la cosa migliore che mi potrebbe accadere a causa di questo sintomo?
- Quali sono i vantaggi che derivano dal mio sintomo? Cosa mi permette di ottenere?
- Uso il sintomo per tenere legato qualcuno a me?
- Mi consente di andare via da una situazione?
- Mi consente di ricevere protezione?
- Mi consente di ricevere comprensione?
- Mi consente di prendermi una pausa dal lavoro?
- Mi consente di dire “NO” quando non riesco a farlo con le parole?
- Se il sintomo è un messaggio segreto del mio corpo, sono davvero pronto ad ascoltarlo?
- Cos’è veramente importante per me?
- Vivo ancora come se non lo fosse?
- Desidero veramente vedere cosa non va nella mia vita?
- Il sintomo mi dice che è arrivato il momento di perdonare qualcuno?
- Mi dice che devo lasciare andare qualcuno o una situazione opprimente?
- Che cosa posso cambiare della mia vita per iniziare un percorso di trasformazione interiore?
Ringrazia il sintomo e individua alcuni passi concreti, per iniziare il tuo percorso di trasformazione interiore.
Per imparare a riconoscere le nostre EMOZIONI NEGATIVE possiamo dividerle in 3 GRUPPI:

L’emozione primaria è la SOFFERENZA che è formata da tante emozioni diverse, come il sentirsi abbandonati, rifiutati, aggrediti, non capiti, non riconosciuti, ecc. La sofferenza è l’emozione primaria perché è la prima che si genera davanti ad una situazione, spesso questa emozione può esser inconscia, in quanto non ci rendiamo conto di provarla. Essa genera le due emozioni secondarie che sono RABBIA e PAURA.

Questa immagine rappresenta la teoria dell’iceberg dove le tre emozioni di rabbia, paura e sofferenza, sono collocate all’interno di un iceberg che ha una punta che emerge dall’acqua e una parte molto più grande sommersa. Possiamo considerare la punta fuori dall’acqua come la nostra parte cosciente cioè l’emozione che sentiamo per prima, che è la rabbia. La sentiamo per prima ma è un’emozione secondaria perché generata dalle emozioni nascoste.
La parte dell’iceberg sommersa infatti rappresenta la nostra parte emotiva inconscia, ossia le emozioni di cui generalmente non siamo consapevoli che sono la sofferenza e la paura. La teoria dell’Iceberg ci dice che le nostre emozioni nascoste creano la rabbia che è la prima emozione che sentiamo ma è appunto solo la punta dell’Iceberg.
Un altro aspetto importante è che non solo la sofferenza genera rabbia ma anche la paura che nasce dalla sofferenza genera a sua volta rabbia. Facciamo un esempio semplice: se il nostro compagno/a non ci chiama per tutto il giorno, noi possiamo sentirci “abbandonati”, e questa sofferenza (che è l’emozione primaria) genera la rabbia e la paura di essere abbandonati. In questo caso anche la paura di essere abbandonati genera rabbia a sua volta.
Generalmente noi sentiamo subito la rabbia ma non riconosciamo la sofferenza e la paura che l’hanno generata. Il problema è che quando proviamo rabbia la nostra reazione istintiva è quella di giudicare o aggredire la persona che ci ha fatto arrabbiare, creando un conflitto che può rovinare le relazioni. Non essere consapevoli delle emozioni che proviamo sotto la rabbia ci porterà sempre a reagire con forza e aggressione ma ora vedremo che abbiamo una via differente per gestire questo tipo di reazioni.


Essendo la rabbia la prima emozione che sentiamo (perché tendiamo a soffocare le emozioni nascoste) essa diventa uno strumento fondamentale per conoscere noi stessi. Dobbiamo quindi ricordare che la rabbia non esiste mai da sola, ossia se non c’è una sofferenza o una paura che la generano, e quando proviamo rabbia dobbiamo sempre cercare le emozioni nascoste sotto di essa.
La rabbia è come un allarme, un campanello che ci avverte che abbiamo un problema e come vedremo, ci indica anche dove guardare per riconoscerlo. Un’altra cosa molto importante è che la rabbia non è un’emozione sbagliata e se usata nel modo giusto ci dà la forza per reagire a situazioni pericolose o dolorose. Se la utilizziamo per aggredire o vendicarci il nostro processo evolutivo si ferma e non potremo integrare quella sofferenza che è la vera causa della rabbia. Istintivamente la rabbia porta aggressione e giudizio ma è solo una reazione di difesa che mettiamo in atto per proteggerci. La rabbia è un’energia molto potente e se usata male può distruggere tutto ciò che abbiamo intorno, se invece la soffochiamo presto diventerà malattia perché la rabbia è come un “veleno” che si sedimenta nel corpo.
Tantissime somatizzazioni e malattie degenerative nascono da una rabbia soffocata per tanto tempo e a livello emotivo può portare uno stato di profonda chiusura. La depressione infatti, a livello energetico, è fondamentalmente rabbia non canalizzata. In questo percorso impareremo ad usare la rabbia nel modo giusto, ossia per diventare persone più autentiche e consapevoli e questo porterà anche notevoli benefici nelle nostre relazioni.
Parlando di rabbia ci viene da immaginare grandi litigi, urla, grida, ecc. ma in realtà queste sono situazioni meno frequenti. La maggior parte delle volte la rabbia si manifesta con un SENSO DI FASTIDIO che non è altro che rabbia di una intensità minore.
D’ora in poi, in questo percorso RABBIA e FASTIDIO saranno quindi usati come sinonimi, perché indicano lo stesso tipo di emozione e di energia.
Vediamo ora le 4 ATTIVAZIONI DELLA RABBIA, ossia da cosa nasce e che cosa ci vuole comunicare.

La 1° ATTIVAZIONE della rabbia è uno SPECCHIO che ci mostra le ferite della nostra vita per poterle sciogliere e integrare.
Il concetto di ferita lo vedremo meglio in seguito, per adesso diciamo che le ferite emotive sono la memoria energetica ed emozionale delle nostre esperienze di vita. Quindi se una persona alza la voce, mi aggredisce o mi allontana, proverò rabbia o fastidio perché il suo comportamento risveglia una mia ferita emotiva che a sua volta genera sofferenza e rabbia.
Attenzione, questa attivazione può avvenire anche quando qualcuno dice o fa qualcosa non a noi direttamente ma a una terza persona, perché come vedremo le emozioni sono vibrazioni energetiche che vanno in risonanza. Vi faccio un esempio, se io ho una forte ferita di aggressione e vedo qualcuno essere offeso o insultato, proverò rabbia o fastidio, perché la sofferenza di quella persona va in risonanza con la mia. Anche in questo caso, la rabbia che provo mi fa da specchio e mi mostra le ferite che ho dentro.
La 2° ATTIVAZIONE è uno SPECCHIO su ciò che vorremmo e ci manca nella vita
Ad esempio, se ci dà fastidio qualcuno che dice sempre quello che pensa oppure lascia un lavoro sicuro per inseguire un proprio sogno, probabilmente la rabbia o fastidio che sentiamo, indicano che una parte di noi vorrebbe essere simile a lui. Magari vorremmo semplicemente essere più sinceri o seguire di più i nostri desideri. La stessa cosa, vale se ci dà fastidio qualcuno che ha ricchezza, successo o una bella famiglia. Il problema non è mai l’altra persona ma parte da cosa ci manca nella vita, per cui dovremo lavorare sulla nostra realizzazione personale.
La 3° ATTIVAZIONE è uno SPECCHIO su qualcosa di noi che non ci piace, generalmente un comportamento limitante.
Ad esempio, se tendiamo a lamentarci sempre, ci possono dare fastidio le persone che si lamentano, se facciamo fatica a prendere decisioni, ci possono dare fastidio le persone indecise. Anche in questo caso quindi, dovremo lavorare su di noi e sulla nostra evoluzione personale, senza giudicare l’altra persona.
La 4° ATTIVAZIONE riguarda la nostra autenticità in generale, ossia quanto viviamo in sintonia col nostro cuore e i nostri desideri.
Ad esempio, se facciamo un lavoro che non ci piace, se abbiamo una relazione infelice o semplicemente siamo troppo stressati nella vita quotidiana, in tutti questi casi, crescerà dentro di noi una rabbia o un fastidio generalizzato e sarà fondamentale riconoscere il messaggio di queste emozioni perché se non cambieremo alcune cose della nostra vita richiamo di entrare in stati “depressivi” o somatizzare fisicamente. Anche quando diciamo “SI” a richieste che vorremmo rifiutare, possiamo provare rabbia o fastidio. Quella rabbia ci avverte che non siamo stati autentici e ci spinge ad ascoltare i nostri bisogni e desideri.
2° Passo
AUTENTICITÀ
Saper comunicare le nostre emozioni e seguire il nostro scopo di vita
Il 1° passo dell’IO è quello di comunicare l’AZIONE che mi dà fastidio. Quando proviamo rabbia verso qualcuno dobbiamo identificare e comunicare precisamente l’azione che ci dà o ci ha dato fastidio, senza giudicare la persona che l’ha fatta.
Questo primo passo, per quanto possa sembrare semplice, non lo è affatto perché anziché guardare all’esterno come facciamo di solito, porta l’attenzione dentro di noi. Impareremo quindi a non giudicare o aggredire l’altra persona, ma a esprimere solo ciò che proviamo davanti al suo comportamento.
La descrizione dell’azione deve essere breve, precisa e senza GENERALIZZARE tipo: “quando fai così… quando dici così…” oppure “quando hai fatto quella cosa o detto quella cosa…”.
Deve essere un’azione riconoscibile, usate al massimo 10-15 parole, ricordate che più la descrizione è chiara e semplice, meno la vostra frase sarà giudicante.
Un altro punto importante è che ci deve essere sempre un riferimento temporale, ossia quando è stata fatta l’azione (adesso, ieri sera, l’altro giorno, ecc..). Purtroppo quando proviamo rabbia siamo così abituati ad andare nel giudizio e portare le nostre ragioni che essere brevi e precisi, sarà molto difficile, soprattutto all’inizio.
Ricordate quindi:
AZIONI PRECISE IN MOMENTI PRECISI: Parlare solo di fatti precisi accaduti in un preciso momento ci aiuta ad uscire dal giudizio e a diventare persone più consapevoli.
PARLA AD UNA SINGOLA PERSONA: Quando comunichiamo l’azione che ci dà fastidio, non dobbiamo mai parlare di un gruppo (i miei genitori.. i miei amici.. o i miei colleghi) o di una categoria (voi uomini.. o voi donne..) Dobbiamo sempre rivolgerci ad una singola persona alla volta.
NON GENERALIZZARE: Quando comunichiamo un comportamento che ci dà fastidio, non dobbiamo generalizzare dicendo frasi come “tu fai sempre così” oppure “sei sempre il solito”. Una generalizzazione è sempre un giudizio assoluto che va evitato perché distorce la realtà e genera una reazione di difesa.
Dopo aver descritto in modo breve, preciso e senza generalizzare, l’azione che ci ha dato fastidio, il 2° PASSO dell’IO è L’EMOZIONE nascosta ossia comunicare l’emozione negativa che proviamo sotto quel fastidio o rabbia. Ad esempio: “Quando ti comporti così… mi sento aggredito… giudicato… non capito… ecc.”
Questo passo non è sempre facile e spontaneo perché spesso quell’emozione è inconscia e non siamo abituati a riconoscerla né tantomeno a esprimerla.
Comunicare l’emozione nascosta sotto la rabbia implica una profonda apertura verso l’altra persona, perché mostriamo le nostre fragilità e questo genera la paura di non essere accolti o compresi.
Logicamente starà a noi scegliere quando farlo, se riteniamo che dall’altra parte non ci sia la capacità o la voglia di accogliere la nostra emozione o il tipo di relazione non è così intima, possiamo anche fermarci al primo passo (“quando fai così mi dà fastidio”) o eventualmente passare al terzo passo che è la RICHIESTA verificabile, che vedremo tra poco.
NB: Se la relazione è importante (tipo un rapporto di coppia, un rapporto genitore/figlio, una profonda amicizia, ecc..) il 2° PASSO dell’IO diventa fondamentale. Esprimere l’emozione che proviamo non solo ci rende autentici e consapevoli facendoci uscire dal giudizio, ma permette all’altra persona di comprendere meglio la nostra ferita e accoglierla.
NB: L’emozione nascosta del 2° PASSO è sempre riferita a ciò che proviamo noi e non a ciò che pensiamo dell’altro, ad esempio se io dico: “ieri non mi hai chiamato e ho sentito che non ti importava di me” in questo caso non abbiamo comunicato una nostra emozione ma abbiamo espresso un giudizio mascherandolo da emozione.
Comunicare seguendo i passi dell’IO richiede il coraggio di manifestarci per ciò che siamo anche nelle nostre fragilità ma il riuscire a farlo porterà un profondo processo di trasformazione interiore, migliorando tutte le nostre relazioni. Qui vediamo alcuni esempi:
NB: Partiamo sempre con l’azione che ci dà fastidio a cui segue l’emozione nascosta sotto la rabbia. Tra queste due parti possiamo inserire una frase facoltativa di passaggio tipo “mi dà fastidio perché…”.
Logicamente queste sono indicazioni che ognuno dovrà adattare alla propria situazione. Con il tempo questo tipo di comunicazione diventerà automatico e non avremo più bisogno di schemi o frasi di riferimento.
Dopo l’AZIONE che ci ha dato fastidio e l’EMOZIONE nascosta sotto la rabbia, il 3° PASSO è quello della RICHIESTA verificabile.
Saper chiedere in maniera corretta non è una cosa scontata e facile. Spesso infatti quando chiediamo, rimaniamo vaghi e generali per evitare che davanti ad una richiesta specifica l’altra persona possa rifiutarsi. Ma come deve essere una richiesta?
La RICHIESTA deve essere CHIARA,
PRECISA e soprattutto VERIFICABILE
ossia un’azione che puoi riconoscere in maniera inequivocabile se viene fatta o meno.
Non chiedere “devi portarmi rispetto” ma un’azione che ti fa sentire rispettato, ad esempio: “ti chiedo di non chiamarmi in quel modo” “…di non alzare la voce” “…di avvisarmi se sei in ritardo”, ecc.
Anche in questo caso usiamo poche parole e, cosa fondamentale, aspettiamo che l’altra persona risponda chiaramente alla nostra richiesta.
Ricordiamoci che l’altro ha sempre il diritto di dire di “no”. Per chiedere con responsabilità dobbiamo quindi essere pronti ad accettare un rifiuto e saper cosa fare in caso l’altra persona non possa o non voglia soddisfare la nostra richiesta. Se la relazione è importante, sarà possibile trovare un compromesso che entrambi possiamo accettare.
EGOISMO – PRETESA – LAMENTELA
Molte persone confondono il CHIEDERE con l’ESSERE EGOISTI.
Chiedere, desiderare o fare qualcosa per sé stessi non è mai egoismo.
Siamo egoisti solo quando PRETENDIAMO che gli altri facciano o pensino ciò che desideriamo.
Un’altra forma di egoismo è la LAMENTELA ossia quell’atteggiamento di non azione in cui riversiamo i nostri pesi emotivi sugli altri, senza chiedere permesso.
La lamentela è un’azione molto dannosa per noi stessi e per gli altri, in quanto alimenta le nostre ferite e scarica energeticamente le persone attorno a noi.
Quando una richiesta è rivolta a noi, prima di dire “SI” prendiamoci tempo per ascoltarci e capire se è quello che vogliamo fare veramente, ma se accettiamo di fare qualcosa, facciamolo senza lamentarci o pretendere qualcosa in cambio.
Se con i 3 PASSI DELL’IO abbiamo visto il modo più sano ed efficace per esprimere le nostre emozioni negative, ora parleremo di un argomento altrettanto importante nel nostro percorso di evoluzione ossia come ascoltare con empatia tali emozioni. Saper ascoltare è importante quanto saper comunicare, non solo per il fatto che ci aiuta a migliorare le nostre relazioni, ma perché aumentare la nostra empatia ci porterà ad uscire dal giudizio, a comprendere meglio gli altri e noi stessi.
Ma come possiamo fare un ascolto efficace quando una persona ci sta comunicando un suo problema? Prima di tutto ricordiamoci che per aiutare qualcuno è necessario che quella persona desideri essere ascoltata o aiutata, non può esistere infatti nessuna forma di aiuto forzato, il massimo che possiamo fare per chi non vuole il nostro aiuto è quello di offrire la nostra disponibilità. Altra cosa da ricordare è che per poter ascoltare con vera empatia non dobbiamo provare rabbia o fastidio verso quella persona o comunque dobbiamo essere in una condizione che ci permette di accogliere le emozioni dell’altro.
NB: Se siamo stanchi, se abbiamo altri impegni o addirittura siamo arrabbiati dovremo chiedere di parlare in un altro momento o comunicare prima il problema che abbiamo nei suoi confronti.
Se una persona desidera confidarsi con noi o parlarci di un suo problema e noi desideriamo aiutarlo, il modo migliore è quello di utilizzare l’ASCOLTO EMPATICO.
L’ASCOLTO EMPATICO è un ascolto più profondo e accogliente del semplice ascoltare che facciamo di solito, una tecnica che aiuta l’altra persona a sentirsi capita, sciogliendo parte del suo carico emotivo. Per fare un corretto ascolto empatico dobbiamo seguire i 4 punti seguenti:
Il 1° punto per un ascolto è empatico è quello di accettare incondizionatamente il dolore dell’altro che vuol dire senza giudicarlo.
Questa cosa che sembra scontata in realtà non lo è affatto perché generalmente la nostra mente (ossia il nostro IO) giudica tutto quello che ci viene detto secondo i propri valori.
Quante volte ci è capitato di pensare che una persona che si lamenta stia esagerando? Tutti noi ad esempio comprendiamo bene il dolore per un lutto ma spesso nei piccoli fatti della vita quotidiana se qualcuno dice di sentirsi solo, sbagliato o escluso la nostra mente comincia subito a fare valutazioni o cercare soluzioni.
Ecco, tutto questo in un ascolto empatico non avviene, o meglio, con il tempo impariamo sempre di più a lasciare i nostri giudizi e accogliere semplicemente il dolore dell’altro senza pensare se quel dolore è troppo o troppo poco. Ricordiamoci sempre che la sofferenza viene dalle nostre ferite (che sono le esperienze di vita individuali) quindi ogni reazione è sempre soggettiva e va accolta così com’è, senza giudizio. Accogliere incondizionatamente il dolore dell’altro è semplicemente un atteggiamento interiore di non giudizio e già da solo è un passo importante che porterà un effetto benefico nell’altra persona.
Il 2° punto per un ascolto empatico è quello di non usare le BARRIERE COMUNICATIVE
Guarda cosa sono le barriere comunicative nel capitolo successivo.
Il 2° punto per un ascolto empatico è quello di non usare le BARRIERE COMUNICATIVE ossia frasi che diciamo per cercare di aiutare ma che hanno l’effetto opposto.
Infatti le barriere comunicative, anche se spinte dalle più buone intenzioni, non aiutano ma al contrario fanno sentire ancora più soli e incompresi e spesso possono causare profonda rabbia in chi ci sta parlando. Ecco le principali BARRIERE COMUNICATIVE:
NB: La 6° barriera CONSIGLIARE è molto usata perché pensiamo che aiutare qualcuno significhi trovare una soluzione ai suoi problemi ma in realtà in una vera relazione di aiuto i consigli vanno dati solo se sono richiesti.
Spesso utilizziamo le barriere comunicative istintivamente senza neanche rendercene conto. Sarà capitato anche a voi di sentirsele dire mentre stavate parlando di un vostro problema e avrete notato l’effetto negativo che possono avere. Logicamente questo non significa che non possiamo mai utilizzare queste frasi, ma quando vogliamo fare un vero ascolto empatico e aiutare l’altra persona facendola sentire compresa e non giudicata, le barriere comunicative vanno evitate.
Il 3° punto per un ascolto empatico è ascoltare la persona che mi parla mettendomi nei suoi panni, cercando quindi di sentire cosa prova, senza però caricarmi del suo dolore. Ricordate che il dolore dell’altro va accolto, ma non è il nostro, noi dobbiamo solo riconoscerlo senza giudicarlo, e l’altra persona si sentirà compresa e sollevata.
Il 4° punto per un ascolto empatico è utilizzare i cosiddetti “RIMANDI”
Guarda cosa sono i Rimandi nel capitolo successivo
Il 4° punto per un ascolto empatico è utilizzare i cosiddetti “RIMANDI” ossia frasi dove ripetiamo con le nostre parole l’emozione negativa che abbiamo sentito nell’altra persona.
Non si tratta di un ripetere fine a sé stesso ma è una sorta di “rispecchiamento emozionale” che possiamo fare dopo aver ascoltato seguendo i punti precedenti. Il rimando è una frase che aiuta l’altra persona a sentirsi capita, diminuendo il suo dolore e il senso di solitudine.
Ecco alcuni esempi di rimandi:
Come vedete dallo schema si tratta di una sorta di domanda / affermazione che vuole far capire all’altro che abbiamo compreso il suo dolore. Logicamente per fare un buon rimando dobbiamo essere aperti verso l’altra persona senza interpretare, sminuire o esagerare il suo dolore. Ci vuole un po’ di pratica ma con il tempo vedrete che un rimando fatto bene e al momento giusto può avere effetti molto positivi.
Se una persona ci dice “non ce la faccio più”, anziché usare le classiche barriere comunicative tipo “dai fatti forza” possiamo dire una frase come “è molto dura” oppure “sei molto stanco”. Notate come queste parole sono più accoglienti e rilassanti? Questi sono gli effetti dell’empatia che è una delle più grandi medicine naturali umane come l’amore, la comprensione e l’accoglienza.
A volte certe frasi estreme come “la vita non ha più senso” ci mandano in reazione per paura o perché il carico di dolore è molto intenso per cui utilizziamo istintivamente barriere comunicative come sminuire, cambiare argomento o addirittura fare battute per sdrammatizzare. In realtà davanti a frasi come quella, il rimando può essere fatto semplicemente con un silenzio empatico, con lo sguardo o un piccolo gesto che faccia capire all’altro che comprendiamo e rispettiamo questo suo dolore.
Ricordiamoci che il nostro compito non è quello di cancellare il dolore dell’altro, e in ogni caso ciò non è possibile perché anche il dolore ha un senso nella vita di ognuno di noi, quello che possiamo fare è solo accoglierlo senza giudizio, ma se sentiamo che il nostro ascolto e la nostra presenza non sono abbastanza, possiamo anche consigliare alla persona di farsi aiutare da un “terapeuta”.
La pratica dell’ascolto empatico è una parte importante del nostro percorso evolutivo perché ci permette di riconoscere ed accogliere le emozioni negative degli altri e di conseguenza riconoscere ed accogliere anche le nostre, aprendo il nostro cuore e facendoci uscire dal giudizio.
3° Passo
RESPONSABILITÀ
Assumerci la responsabilità della nostra vita e delle nostre relazioni
Abbiamo visto che quando proviamo fastidio o rabbia per il comportamento di qualcuno, la tecnica migliore da utilizzare sono i 3 PASSI dell’IO (azione, emozione e richiesta). Dobbiamo anche sapere che ogni volta che proviamo rabbia possono esserci in realtà due tipi di conflitti: un conflitto pratico ed un conflitto emotivo
Il conflitto pratico avviene quando l’azione che mi dà fastidio ha una conseguenza pratica nella mia vita, ad esempio se il mio collega arriva in ritardo per il cambio turno ed io faccio tardi ad un appuntamento, oppure mio figlio non si alza in tempo ed io devo accompagnarlo a scuola. Questi comportamenti hanno effetti concreti nel mio quotidiano che mi costringono a fare o non fare altre azioni.
Il conflitto emotivo invece non ha conseguenze pratiche ma quel comportamento mi dà fastidio perché tocca una mia ferita emotiva, ad esempio se il mio compagno/a non si è ricordato il nostro anniversario, oppure un caro amico non mi ha invitato alla festa che ha organizzato. In entrambi i casi, quelle azioni pur non avendo effetti pratici su di me, mi danno fastidio perché mi hanno fatto sentire poco importante, escluso, ecc.
I 3 PASSI dell’IO sono efficaci in entrambi i tipi di conflitto, sia quello emotivo che pratico ma per diventare ancora più consapevoli delle nostre emozioni dobbiamo iniziare a distinguere quando siamo in un conflitto o nell’altro. Se il conflitto è pratico prima va sempre espressa la conseguenza dell’azione che ci ha dato fastidio, senza giudicare e senza generalizzare, dicendo ad esempio “oggi sei arrivato tardi e ho perso il mio appuntamento” e non frasi come “tu fai sempre così” o “sei sempre il solito”.
A volte possono essere presenti entrambi i tipi di conflitti, ad esempio se il mio compagno/a arriva in ritardo senza avvisare, io posso avere un conflitto pratico perché ho rinunciato ad un impegno per essere puntuale ma anche un conflitto emotivo perché mi sento non riconosciuto e non rispettato.
In questo caso, le due cose vanno separate e bisogna prima affrontare e risolvere il conflitto pratico, spiegando la conseguenza della sua azione e facendo la richiesta verificabile. Ad esempio dicendo “Sono molto nervoso/a perché hai fatto tardi senza avvisarmi ed io ho rinunciato ad un impegno, quando sei in ritardo ti chiedo di avvisarmi”
Ricordiamoci che quando facciamo una richiesta verificabile dobbiamo sempre attendere la risposta dall’altra persona.
Se il conflitto pratico si risolve, possiamo passare al conflitto emotivo esprimendo che ci siamo sentiti non riconosciuti e non rispettati. Noterete che molte volte dopo aver chiarito il conflitto pratico, quello emotivo potrebbe diminuire tanto da non dover essere espresso.
I COPIONI di vita sono convinzioni o credenze irrazionale e limitanti, radicate a livello inconscio, che generalmente formiamo nei primi 6/7 anni di età. Nel corso della prima infanzia, infatti, ognuno di noi riceve dei “messaggi” che i genitori mandano inconsapevolmente a livello non verbale e che vengono poi rinforzati negli anni successivi.
Questi messaggi entrano nell’inconscio del bambino e continuano ad agire nell’arco della vita, condizionando le nostre scelte e le nostre relazioni. Si tratta di emozioni, pensieri, comportamenti o espressioni linguistiche che il genitore manifesta senza rendersene conto e che il bambino, nel tempo, tende ad interiorizzare.
I messaggi condizionanti esprimono concetti del tipo: “Bisogna essere forti…, non devi piangere…, cosa penseranno gli altri se…, devi fare il bravo altrimenti…, nella vita bisogna…, ecc.”
Sono forme di “amore condizionato” che portano il bambino a sentirsi amato e apprezzato solo se fa ciò che gli viene richiesto. Tali messaggi esercitano una fortissima influenza in quanto spesso sono occulti o camuffati e sono trasmessi sotto forma di valori o giuste convenzioni sociali. A volte ci vengono presentati come pseudo virtù del genitore ma sono in realtà copioni che il genitore stesso ha ricevuto e in cui anch’egli è inconsciamente intrappolato.
Il COPIONE di vita influenza profondamente le dinamiche comportamentali che il bambino adotterà da adulto perché nella vita tendiamo a ripetere le esperienze vissute nell’infanzia, così ripetiamo gli stessi comportamenti anche quando questi si rivelano fonte di dolore e sofferenza.
Nel copione di vita vi è una forma di ereditarietà, i genitori infatti, hanno ricevuto messaggi condizionanti dei loro genitori che, a loro volta, li hanno ricevuti dai loro genitori e così via, in una sorta di catena generazionale. Andiamo a vedere adesso quali sono i principali copioni di vita, ne esistono 4 che possiamo riassumere nello schema qui sotto:
Si tratta di convinzioni che generalmente non sappiamo di avere, ma che condizionano le nostre scelte e i comportamenti. Avere ricevuto questi insegnamenti non significa per forza essere stati trattati male, spesso questi concetti fanno parte della coscienza collettiva o dei valori sociali e passano attraverso piccoli messaggi. Anche frasi semplici come “hai mangiato tutto… guarda come sei stato bravo!” possono trasmettere un copione di vita se il genitore stesso ha quel copione.
Più le persone sono libere da questi condizionamenti più il loro IO sarà autentico e responsabile e questo faciliterà il loro processo evolutivo. Il problema dei copioni di vita è che ogni volta che disattendiamo un copione o tentiamo di contrastarne il condizionamento avvertiamo un forte SENSO DI COLPA accompagnato da ansia, paura o rabbia. In quel momento il nostro “IO bambino” non si sente amato, ha paura di essere abbandonato o pensa di aver fatto qualcosa di sbagliato, e più il copione è radicato profondamente, più l’ansia e il senso di colpa sono forti.
Se nella vita le nostre scelte sono condizionate dai copioni significa che siamo intrappolati in una sorta di “prigione” nella quale non siamo liberi di essere noi stessi, di ascoltare i nostri bisogni e desideri. Questo crea un IO fragile e dipendente che può rallentare o fermare il nostro processo evolutivo.
Come possiamo cancellare i nostri copioni di vita? Il primo passo è sempre riconoscere i copioni che agiscono dentro di noi nel momento esatto in cui stanno agendo, ad esempio, quando accettiamo di fare qualcosa che in realtà non vorremmo, quando non riusciamo a dire “no” ad una richiesta o a comunicare i nostri bisogni. Chiediamoci quindi: “Quale copione sta agendo dentro di me in questo momento? Cosa vorrei fare veramente?”.
A questo punto possono essere molto utili le DOMANDE DI DESTRUTTURAZIONE che ci aiutano a riconoscere e destrutturare i copioni che agiscono dentro di noi.
Guarda cosa sono le “Domande di destrutturazione” nel capitolo successivo
Le DOMANDE DI DESTRUTTURAZIONE sono frasi che ci aiutano a riconoscere e destrutturare i copioni che agiscono dentro di noi. Eccone alcuni esempi:
Le domande di destrutturazione oltre a “disinnescare” i nostri copioni, ci aiutano anche a focalizzare e quantificare meglio le nostre paure, rendendole più facili da affrontare. Il lavoro importante per uscire dai copioni di vita rimane comunque quello dei 3 PASSI dell’IO e in particolare il 3° passo della RICHIESTA verificabile che ci spinge a fare ciò che realmente desideriamo, ascoltando i nostri bisogni.
Una volta disatteso il copione cominceremo a sentire ansia e senso di colpa e dovremo accogliere queste sensazioni senza giudicarle. In questa fase le PRATICHE DI PURIFICAZIONE che vedremo in seguito saranno fondamentali. Le prime volte, il nostro disagio potrà durare anche per un lungo periodo ma con il tempo la durata e l’intensità del senso di colpa e dell’ansia diminuiranno, fino a quando non saremo liberi di esprimere i nostri desideri ed essere “noi stessi”.
Il TRIANGOLO DRAMMATICO è un metodo semplice ed efficace che ci aiuta a comprendere meglio chi siamo e perché nella nostra vita attiriamo sempre un determinato tipo di persone. Il triangolo drammatico è una teoria che spiega come in una relazione tra due persone esistano in realtà TRE diversi ruoli che possono essere interpretati: la VITTIMA, il CARNEFICE e il SALVATORE
Questi ruoli generalmente sono inconsci e vengono determinati dalle nostre esperienze familiari perché tendono a ripetersi a livello generazionale, il che significa che anche i nostri genitori, i loro genitori e i loro nonni hanno sviluppato un ruolo del triangolo che è giunto fino a noi di generazione in generazione fino a quando qualcuno del sistema familiare non spezza la catena con il lavoro interiore e la consapevolezza.
I tre ruoli del TRIANGOLO hanno caratteristiche specifiche che possono condizionare fortemente la nostra vita. Generalmente ognuno ha un ruolo predominante ma a volte possiamo agirne più di uno, in relazione alla persona che abbiamo di fronte. Per capire bene le dinamiche del triangolo e quanto esse possano portare sofferenza nelle nostre vite, andiamo a vedere le caratteristiche specifiche di ogni singolo ruolo.
Come vedete nello schema qui sopra, Il 1° RUOLO che si crea è sempre quello della VITTIMA. Esso nasce dalle ferite emotive che si formano nelle nostre esperienze di vita (argomento che approfondiremo in seguito). Il ruolo di vittima è una sorta di adattamento del nostro IO alle esperienze dolorose della vita che lo hanno reso fragile e insicuro.
La VITTIMA è una persona con una bassa autostima che non si considera all’altezza degli altri. Il suo atteggiamento è di continua lamentela ma nonostante la sofferenza, per paura della solitudine, rimane nelle situazioni di dolore anche quando viene umiliata, tradita o aggredita. Generalmente, questo tipo di persone tendono a somatizzare ed ammalarsi anche gravemente.
A volte, per fuggire dalla sofferenza la vittima si rifugia nel 2° RUOLO del triangolo drammatico, ossia il SALVATORE.
Il SALVATORE è una persona con una grande spinta a prendersi cura dell’altro. Questo profondo bisogno di aiutare nasce dal fatto che concentrandosi sugli altri il salvatore evita di ascoltare il suo dolore e questo lo porta spesso a mettere da parte le proprie necessità e i propri bisogni. Tale dinamica però, gli dà un appagamento solo temporaneo e la sua vita diventa un continuo dare senza ascoltarsi, fino ad esaurire le proprie energie.
Il SALVATORE vede sé stesso in ogni vittima per questo spera che aiutando gli altri possa stare meglio ma questa aspettativa viene regolarmente disattesa e quando non riesce più a reggere i pesi degli altri, spesso ritorna nel ruolo di VITTIMA o addirittura si trasforma in CARNEFICE.
Eccoci così al 3° RUOLO del triangolo drammatico che è quello del CARNEFICE quando una vittima profondamente ferita, trasforma tutto il suo dolore in rabbia e giudizio verso gli altri
Il CARNEFICE è quasi totalmente inconsapevole della propria sofferenza e a volte anche della propria rabbia che lo spinge a scaricarsi verso gli altri con atteggiamenti aggressivi o giudicanti. Egli è però convinto di fare giustizia, di essere onesto e imparziale.
Un carnefice difficilmente si mette in discussione e inizia un percorso di lavoro interiore perché pensa di non avere problemi e di solito somatizza di meno in quanto scarica sugli altri le proprie tensioni. Tra i ruoli del triangolo, il carnefice è quello meno consapevole perché completamente bloccato nella trappola del giudizio.
Vittime e salvatori invece, grazie alla sofferenza che genera il loro ruolo, possono essere più consapevoli e se si assumono la responsabilità del cambiamento potranno uscire dai loro schemi.
Ora andiamo a vedere i DUE PRINCIPI che regolano le dinamiche tra i ruoli del triangolo drammatico. Conoscerli ci farà capire molte cose sulla nostra vita e sulle nostre relazioni.
Il 1° principio è che OGNI RUOLO ATTIRA UN SUO COMPLEMENTARE. Il nostro ruolo infatti agisce inconsciamente nelle scelte personali, ad esempio un salvatore nella vita sarà sempre attratto da una vittima e tenderà a sceglierla nella coppia. Allo stesso modo nelle amicizie attirerà vittime che si appoggeranno a lui per lamentarsi e scaricarsi delle loro sofferenze. A sua volta una vittima attirerà e sarà attratto da un carnefice. Questo spiega perché alcune persone vivono costantemente relazioni distruttive dicendo frasi del tipo “capitano tutti a me!” oppure “gli uomini o le donne sono tutti uguali”.
Il 2° principio è che OGNI RUOLO RAFFORZA L’ALTRO. Ossia, più io cerco di “salvare” una vittima, assumendomi le sue responsabilità individuali, più la vittima rimarrà tale, prosciugando le mie energie. Allo stesso modo, più io rimango nel ruolo di vittima, senza assumermi le mie responsabilità e non facendo le scelte che mi competono, più il mio carnefice continuerà a scaricare la sua rabbia e la sua aggressività contro di me, a nulla varranno le mie preghiere o le mie lamentele.
Questo avviene perché il processo evolutivo richiede una totale assunzione di RESPONSABILITÀ (che è infatti il 3° passo evolutivo). Senza responsabilità individuale non ci può essere evoluzione e ricordiamoci anche che non è possibile assumersi le responsabilità degli altri, come invece fanno i salvatori con le proprie vittime.
Un’altra grande verità che emerge dal triangolo drammatico e che per molti è difficile da accettare, è che non esistono buoni o cattivi, ma solo uomini e persone ferite perché in fondo ogni carnefice era prima una vittima.
Ciò non significa che non dobbiamo assumerci la responsabilità delle nostre azioni ma ci aiuta ad uscire dal giudizio che è un passo fondamentale della nostra evoluzione.
Utilizzare questo strumento, ci aiuta a riconoscere i nostri ruoli in tempo reale senza scaricare la colpa sugli altri. È importante ricordare che tutti e tre i ruoli del triangolo drammatico derivano da un vissuto di sofferenza per cui non esiste un ruolo migliore o peggiore, il carnefice non è il cattivo e il salvatore non è il buono.
Come possiamo uscire dalle dinamiche del TRIANGOLO DRAMMATICO?
Già il fatto di conoscere queste dinamiche e riconoscere quali sono i ruoli che tendiamo ad agire nelle nostre relazioni porta un cambiamento a livello di consapevolezza. Dovremo poi imparare a riconoscere il nostro ruolo nel momento esatto in cui lo stiamo agendo. Quando saremo in grado di farlo, il passo successivo e quello di utilizzare i 3 PASSI dell’IO e le pratiche di purificazione che vedremo tra poco.
Abbiamo appreso che la rabbia è un’emozione fondamentale perché ci fa vedere le nostre emozioni negative nascoste. Abbiamo visto le sue attivazioni e come gestirla con i 3 PASSI dell’IO. Ora è arrivato il momento di affrontare il tema della PAURA e di come agire quando sentiamo questo tipo di emozione.
Rabbia e paura infatti danno reazioni diverse perché sono due tipi di energia diversa. Mentre la RABBIA è un’energia esplosiva che porta all’aggressione e al giudizio, la PAURA è un’energia implosiva ossia quando non viene trasformata in rabbia la paura tende a paralizzarci, bloccando le nostre scelte e le nostre azioni.
Cosa fare quindi quando proviamo paura?
Ricordatevi che ogni cambiamento parte sempre da una fase di consapevolezza, di riconoscimento della nostra emozione nascosta e questo vale ancora di più per la paura. Il primo passo è sempre riconoscere di avere paura, spesso invece tendiamo a mascherarla con la rabbia, l’ironia, il giudizio o l’aggressione o addirittura evitando ciò che temiamo. Tutto questo non farà altro che cristallizzare l’emozione dentro di noi, condizionando la nostra vita e frenando la nostra evoluzione.
Quando ammettiamo di avere paura possiamo iniziare il processo di trasformazione che è diviso in 4 FASI:
La 1° fase è IDENTIFICARE la paura cioè chiarire con esattezza cosa ci spaventa. Generalmente teniamo le paure ad un livello molto generico. Fino a quando le nostre paure resteranno generiche sarà quasi impossibile scioglierle, Dobbiamo quindi definirle in modo chiaro, accoglierle e guardarle in faccia facendoci le domande: Cosa ho paura che potrebbe succedere esattamente?
Dobbiamo cercare di trasformare la paura generica in un fatto concreto. Ricordiamoci che non abbiamo mai paura in generale, ma sempre di qualcosa in particolare, anche se a volte non sappiamo riconoscerla, il nostro compito è scoprire cos’è. Con vostra sorpresa, vedrete che concretizzare la paura e verbalizzarla anche se non la farà sparire, farà diminuire la sua intensità, e più sapremo essere precisi più sarà facile affrontarla.
La 2° fase riguarda la CONOSCENZA dell’argomento, Noi abbiamo più paura di quello che non conosciamo, per cui se necessario dovremo informarci il più possibile. La conoscenza è nemica della paura. Più ne abbiamo conoscenza più sentiremo calare il peso di quella paura, più la evitiamo e non la conosciamo più il carico emotivo sarà intenso. Un altro modo per fare meglio questa seconda fase è parlare con persone che non hanno le nostre paure o che le hanno superate ed infine creare occasioni per imparare a gestire quella paura ossia vivere un’esperienza positiva riguardo alla stessa situazione. Logicamente ognuno dovrà adattare queste fasi alla propria situazione.
La 3° fase è quella di cercare tutte le SOLUZIONI possibili. Abbiamo identificato il problema, lo abbiamo riconosciuto e studiato ora dobbiamo valutare tutte le cose concrete che possiamo fare per risolverlo. Ricordiamoci di cercare solo azioni concrete, pensando all’obiettivo che vogliamo raggiungere nonostante la paura. Cosa possiamo fare per ottenere quello che desideriamo? Più abbiamo soluzione reali meno sentiremo la paura.
Non basta però sapere cosa fare, dobbiamo anche decidere quando farlo, come, se abbiamo bisogno di aiuto, ecc. Valutiamo tutte le possibilità, creando un vero e proprio programma. Più le idee sono chiare, più il programma è preciso, meno avremo paura. Se siamo riusciti a fare le prime tre fasi dovremmo avere già notato un cambiamento dentro di noi, questo ci aiuterà a superare il blocco dovuto alla paura e ad agire.
La 4° ed ultima fase ha un potere di trasformazione altrettanto importante. Si tratta del lavoro di ACCETTAZIONE. Sappiamo infatti che nella vita ci sono e ci saranno sempre cose che nonostante il nostro impegno non potremo cambiare. Non sempre riusciremo a raggiungere i nostri obiettivi e in ogni momento la vita può metterci di fronte a prove difficili, spesso proprio le cose di cui abbiamo più paura.
Dovremo quindi agire quando possiamo agire ma anche imparare ad accettare ciò che non possiamo o non riusciamo cambiare e questo è appunto la 4° fase del nostro lavoro sulla paura ossia l’accettazione. Ossia se ciò di cui abbiamo paura dovesse accadere in ogni caso, cosa possiamo fare?
Affrontare questo problema va fatto prima di trovarsi in quella situazione. Chiediamoci quindi: “Come posso convivere con questo problema? Cosa posso fare per rendere migliore la mia vita nonostante questo problema? Che vantaggi posso cogliere da questa situazione?”
Con il tempo comprenderemo che c’è un insegnamento in ogni evento della vita, anche in quelli più difficili o dolorosi. Più avremo questa consapevolezza più saremo in grado di fluire con la vita in ogni situazione. Comprendere questi insegnamenti assieme alle pratiche di purificazione, porterà maggiore pace e serenità interiore che sono le basi necessarie al nostro risveglio.
Questo semplice strumento può aiutarci a riconoscere il vero scopo della nostra vita. Prendete un foglio bianco e seguite lo schema in alto. Il foglio davanti a voi rappresenta la vostra vita, come la state utilizzando ora, e ciò che ne vorrete fare. Osservare la propria vita da questa prospettiva aiuta a capire meglio ciò che è veramente importante per noi e soprattutto se stiamo andando nella giusta direzione.
Cominceremo quindi col descrivere la nostra vita così com’è oggi, attraverso uno schema che rappresenterà tutto ciò a cui diamo tempo ed energia. Inseriamo uno spazio che rappresenti il nostro lavoro, la famiglia o in generale le persone con cui vivete, figli, genitori, compagni, ecc. Chi vive una relazione di coppia, deve inserire uno spazio che rappresenti il tempo dedicato esclusivamente ad alimentare quel rapporto. Infine metteremo uno o più spazi che rappresentano tutte le altre attività, gli hobby, le pratiche importanti a cui ci dedichiamo
A questo punto, quantificate nella maniera più esatta possibile il tempo che dedichiamo a ciò che abbiamo messo nella scheda, dando una percentuale numerica di quel tempo. Fate questo lavoro senza fretta, l’importante è che siate onesti con voi stessi affinché venga fuori una rappresentazione assolutamente reale di ciò che è la vostra vita oggi. Quando siete arrivati a questo punto, e avete davanti il vostro schema, fermatevi un attimo ad osservarlo e fatevi questa domanda:
SAREI CONTENTO DI VIVERE COSÌ
TUTTA LA MIA VITA?
Ora ascoltatevi cercando di riconoscere tutte le emozioni che emergono, non abbiate paura di ciò che sentite ma accoglietelo senza giudizio. Possono emergere emozioni forti come rabbia, paura, sofferenza, senso di impotenza o delusione ma anche nuovi stimoli, progetti e desideri per promuovere il cambiamento. Vi invito a stare in tutto questo e a farvi più volte quella domanda, continuando ad osservare ciò che emerge dentro di voi.
In un secondo momento, rifate la stessa SCHEDA creando però LA VITA CHE VORRESTE, ossia la vita che sareste felici di vivere ogni giorno, ma prima di iniziare, ponetevi questa domanda:
COSA MI RENDE
VERAMENTE FELICE?
Provate a capire o perlomeno intuire cos’è la felicità e cosa ci rende felici veramente. Mi riferisco ad una felicità stabile e duratura, non a qualcosa di effimero e passeggero, perché il problema è che continuiamo a cercare la felicità dove non possiamo trovarla se non per pochi attimi. Quello che molte persone chiamano felicità è il piacere, ossia il fuggire dal dolore e dall’insoddisfazione attraverso il divertimento, la distrazione, ecc. Spesso non riusciamo a stare da soli e dobbiamo scappare al cinema, in discoteca, dobbiamo andare a trovare qualcuno o fare qualcosa, essere sempre in movimento.
Per non confrontarci col nostro vuoto deve continuamente accadere qualcosa, e così riempiamo le nostre vite di azioni e attività che calmano la nostra mente solo temporaneamente ma la felicità rimane sempre più transitoria e fugace. Man mano che procederemo nel nostro cammino di risveglio comprenderemo che quella felicità si trova in uno spazio nascosto dentro di noi ma per poter accedere a quello spazio dobbiamo prima fare pulizia nella nostra vita quotidiana, eliminando tutto ciò che ci toglie energie e ci allontana dalla nostra vera natura e dallo spazio del cuore.
Questo non vuol dire che non possiamo più divertirci o relazionarci con gli altri, ma che è arrivato il momento di scegliere con cura dove mettere le nostre risorse e il nostro tempo. Una vita equilibrata significa avere un IO equilibrato e questo ci permetterà di accedere a spazi superiori e più elevati del nostro essere. Ricordatevi che la felicità non è un’addizione ma una sottrazione, è nella semplicità e nel lavoro su voi stessi che troverete la via per il risveglio dell’anima.
Chiedersi quale sia il senso profondo della vita e come vogliamo viverla è la base di ogni percorso evolutivo alla quale deve seguire un lavoro di ricerca interiore. Il progetto di vita serve proprio a farci guardare dentro di noi e perdere meno tempo possibile in ciò che non ci fa evolvere e non ci rende felici. Ricordate che tutto ciò che abbiamo inserito nel nostro progetto di vita è legato al nostro IO (o ego) e più il nostro progetto di vita sarà semplice ed essenziale più il nostro IO potrà essere equilibrato e mettersi al servizio del SÉ ossia della nostra anima attraverso le pratiche di purificazione e il lavoro interiore che vedremo nei prossimi passi.
La guida ai 7 PASSI EVOLUTIVI raccoglie gli insegnamenti che ho ricevuto nella mia vita di ricerca e che ora voglio condividere con chi lo desidera.
Se hai bisogno di supporto contattami per una consulenza.
Se stai già facendo il percorso di REBIRTHING EVOLUTIVO, per qualsiasi domanda scrivimi o mandami un vocale su WhatsApp e ti risponderò personalmente.
















